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Il papà del "Decameron" compie 700 anni. Auguri a Giovanni Boccaccio

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I grandi della letteratura hanno il vantaggio di poter essere consegnati alla storia e rimanere così senza tempo. Oggi si festeggia il 700esimo compleanno di Giovanni Boccaccio

LETTERATURA - La terza corona della letteratura italiana, uno dei tre grandi protagonisti del duecento-trecento, scrittore eclettico e amante delle opere antiche come di quelle moderne, sperimentatore dei  più diversi generi letterari, colui che, nelle sue opere, si adoperò per lasciare ai posteri un’immagine di sé mista di realtà e  invenzione. Un nome che forse ai nostri lettori più giovani farà arricciare i capelli (“ma come ora che sono in vacanza?”), ma  in fondo  tutti gli studenti vedono in Dante la figura austera, in Petrarca l’uomo assorto e meditativo e in Boccaccio un uomo allegro, irriverente e scherzoso proprio come le sue novelle.

E proprio questo aspetto è quello su cui ci vogliamo soffermare: le sue novelle. D'altronde sarebbe impossibile in questa sede trattare argomenti troppo ampi e probabilmente risulterebbe anche inadatto proporre un excursus generico alla stregua di appunti/riassunti di manuali della letteratura italiana. E allora perché non soffermarci sull'opera che ha dato piena dignità alla prosa italiana? Il Decameron.

Un “contenitore di storie” che non ha mai avuto un rapporto semplice, nel passare del tempo, con i suoi lettori: inizialmente accolto come un libro di piacevole lettura rivolto alla borghesia nascente, successivamente poco apprezzato dagli umanisti per l’uso del volgare e per il pubblico di riferimento, a metà del quattrocento la sua prosa venne considerata un modello di purezza linguistica e perfezione stilistica, nell'età della controriforma fu tra i libri segnalati dall'Indice, nell’ottocento la sua visione laica fu particolarmente apprezzata. Nel novecento Pier Paolo Pasolini consegnò alla storia la sua visione del Decameron contribuendo non poco ad incentivare l’identificazione dello scrittore con il piacere, il sesso, l’eccesso. Ma gli studiosi e i lettori di oggi come percepiscono il Boccaccio? E soprattutto ci sono i lettori per il Decameron oggi?

Difficile poter dire che, a parte studenti e appassionati, ci sia qualcuno che sotto un ombrellone o al calduccio sotto le coperte possa - oggi - leggere il Boccaccio e di conseguenza ancora più complesso è il poter stabile come un lettore contemporaneo si riesca a rapportare con uno dei capisaldi della nostra cultura. Cercheremo allora di fornire qualche chiave di lettura che, ci auguriamo, possa sollevare dubbi e  curiosità, un incentivo per rispolverare un’opera antica, ma mai fuori tempo.

Per la prima volta la società contemporanea di allora, con i suoi pregi e i suoi vizi, viene scelta come catalogo di personaggi per un’opera in cui lo stesso scrittore vedeva, almeno inizialmente, la massima celebrazione della sua arte. Prima di allora, da Omero a Virgilio, dalle “chansons de geste” ai romanzi arturiani, i protagonisti erano eroi leggendari, gruppi sociali mitici o biblici, caste di mondi antichi o quantomeno lontani dalla quotidianità. Si pensi al Novellino, raccolta di novelle del duecento, dove il mondo di riferimento è quello mitico o classico o imperiale o cavalleresco o favolosamente orientale o biblico. Ma nel Decameron è “tutta un’altra musica”: fin dall'introduzione Boccaccio presenta al lettore una narrazione di uomini del suo tempo, con problemi del suo tempo (non a caso motore di tutto è la peste del 1348 che Boccaccio visse sulla sua pelle); realtà e tematiche agganciate al contemporaneo e in cui ognuno poteva facilmente riconoscersi. Una vera commedia umana a lui contemporanea con riferimenti topografici precisi, presenza o di “autorità contemporanee” o  di nomi evocativi/allusivi, un uso gradevolissimo del quotidiano e del parlato. Quella di Boccaccio è una società non  più caratterizzata da eroi, ma un affresco vivo della borghesia nascente con le sue dinamiche politico-sociali, le sue convinzioni, i suoi gusti, le sue abitudini, le sue avventure europee e mediterranee. Tutti elementi marcati e ben messi in evidenza, ma che non sono decisivi per l’azione o svolgimento dell’intreccio vero e proprio dell’opera.

In particolar modo ad assumere caratteristiche del tutto nuove è l’amore: il sentimento si  allontana dai toni epici o lirici o romanzeschi per assumere le sembianze di intrigo chiacchierato, di triangolo piccante, di pettegolezzo cittadino, di attraente piacere carnale. Chiaramente c’è la presenza di topoi della tradizione precedente, ma questi vanno ad assumere una malizia, una leggerezza e una quotidianità del tutto nuova.

L’amore nasce tra le lenzuola di donne già sposate o promesse spose o negli incontri fanciulleschi che sconvolgono qualsiasi distinzione di ceto, sguardi ammiccanti e provocazione si mischiano a scambi commerciali e i preti vestono i panni di uomini amanti del mondano.

Uno degli elementi che maggiormente colpisce è proprio la figura della donna: non più gentil signora o angelica figura, ma femmina attratta dal corpo maschile, dal piacere sessuale; non solo sposa ma anche amante sensuale. Una donna non sfruttata o vista come trofeo, spesso consapevole del proprio fascino e desiderosa di esercitarlo in modo adeguato e in base ad una propria scelta. Una donna che prova a disubbidire, che sceglie chi amare, che non è solo preda, che spesso ama e viene ricambiata fino ad incontrare la morte. La figura della donna viene messa sullo stesso piano di quella dell’uomo, con ugual diritti anche in ambito sentimentale. Una tipologia femminile che fino ad allora non aveva di certo trovato spazio in opere di così ampio respiro e che sicuramente rischiava di poter “mettere dei grilli per la testa” delle giovani lettrici.

In tutto il Decameron c’è una particolare attenzione per l’universo femminile: l’estesa gamma e la ricchezza di significato degli aggettivi utilizzati nel descriverle, la poetica eleganza dei ritratti fisici sia delle novellatrici sia delle protagoniste (si pensi alla descrizione di Fiammetta: “La Fiammetta, li cui capelli eran crespi, lunghi e d’oro e sopra li candidi e dilicati omeri ricadenti e il viso ritondetto con un color vero di bianchi gigli e di vermiglie rose mescolati tutto splendido, con due occhi in testa che parean d’un falcon pellegrino e con una boccuccia piccolina li cui labbri parevan due rubinetti”), la profonda conoscenza di dinamiche psicologiche del tutto femminili (si pensi alla novella di Elisabetta da Messina o al proemio, con la distinzione tra rimedi d’amore maschili e quelli femminili), sono tutti esempi della grande conoscenza e dell’ammirazione da parte del poeta di quell'universo.

E' qui la grandezza di Boccaccio: nel voler celebrare una società a lui contemporanea e in cui non è difficile poter riconoscere anche i vizi e il mal costume che caratterizza ogni tempo.

E tutto questo con quale stile e lingua viene narrato? Il licenzioso Boccaccio, il lussurioso poeta (come volentieri è stato tacciato) è stato spesso visto come rozzo, impreciso, eccessivamente popolare soprattutto sul piano linguistico. Niente di più distante dalla realtà: il plurilinguismo rende il Decameron una lettura, non facilissima, ma piacevolmente scorrevole.

La lingua e lo stile del Decameron sono frutto di un rigore e controllo stilistico che nulla lascia al caso. Convivono nel testo tecnicismi, latinismi, espressioni gergali, termini letterari, detti popolari, incipit lirici, perifrasi e metafore allusive alla sfera erotica ma mai brutali e dirette. Una prosa, in particolar modo nel proemio, ornata e latineggiante che a tratti rivela tutta la sua musicalità, descrivendo scene che ricordano i paesaggi di Botticelli. Difatti particolare attenzione è la descrizione dei luoghi, di quel locus amoenus della tradizione classica.

Interessante in particolare modo l’impiego degli aggettivi e l’utilizzo dei verbi. Con i primi Boccaccio riesce a costruire intere unità narrative fondamentali per lo svolgimento dell’azione e sempre grazie ad essi attribuisce un significato più profondo e multiplo al sostantivo accompagnato (si pensi a “soave passo”, dove per “soave” si intende non solo “lento” ma anche “dolce”, “non affaticato”, “contento”, un qualcosa legato al portamento; ricorda la bellezza precristiana che veniva attribuita alle ninfee o alle dee). L’utilizzo dei verbi è vario e completamente diverso a seconda dei casi e dell’intento dell’autore. Boccaccio attraverso la successione serrata dei verbi riesce a raccontare in poche righe molti eventi successivi tra loro o contemporanei e in tal modo riesce a ricalcare la forma della scrittura sull'oralità, inoltre con pochi verbi riesce a sostenere periodi lunghi e complessi.

La prosa di Boccaccio non è quindi, in particolar modo per il lettore moderno, di immediata comprensione, ma vi invitiamo a non lasciarvi spaventare dalle difficoltà lessicali o dalle complicazioni sintattiche; lasciate che i vostri occhi raggiungano la fine di ogni periodo facendosi prendere dal ritmo complessivo della narrazione e dalle vicende narrate. (immagine di copertina: "The Decameron", olio su tela del 1837 di Franz Xaver Winterhalter)