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Solo in Teatro la pratica della "crisi" è perfetta. Parola di Stefano Pesce

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"Crisi, la pratica è perfetta" è il titolo della pièce che analizza il rapporto con il proprio essere. L'abbiamo vista in anteprima nazionale al Teatro Cantelli di Vignola (Modena)

RECENSIONE - Crisi è una parola alla quale si associa da sempre una sensazione di disagio: disagio sociale, economico, psicologico. Una parola che fa e che ha sempre fatto paura, ma che - se "affrontata" sul palco di un teatro - può assumere tutto un altro significato, soprattutto se viene associata alla pièce che abbiamo visto, firmata da Stefano Pesce e Diego Ribon.

 

Cosa potrebbe succedere ad un impiegato ministeriale nel momento in cui la pratica che sta lavorando in maniera ossessiva e compulsiva - la pratica "perfetta" sotto ogni punto di vista - viene costantemente rifiutata? E se nel relazionarsi e confrontarsi con il collega, l'impiegato si ostinasse - per paura non si sa di cosa - a non aggiornare il "sistema" che aiuterebbe probabilmente la pratica nel suo iter? Potrebbe, ed è questa l'ipotesi drammaturgica, entrare in "crisi", trascinandosi dietro ogni fibra del suo essere interiore ed esteriore e coinvolgendo, come succede spesso, anche l'incolpevole famiglia.

E' questo il punto di partenza del testo messo in scena dallo stesso autore/attore, sul quale si sono inseriti l'intervento del regista Gabriele Tesauri prima, e quello di Diego Ribon poi (l'attore è sempre autore perché caratterizza il personaggio, come ci ha raccontato Stefano Pesce durante una piacevolissima e informale chiacchierata, sulle scale del teatro, prima dello spettacolo), per dare vita ad una pièce che ha tutto il sapore beckettiano di "Aspettando Godot", seppur con ritmi molto più rapidi.

Se in Godot il tempo appare immobile, pur avanzando inesorabilmente, e i due protagonisti cercano di "ingannarlo" nell'attesa di qualcuno o qualcosa che dovrebbe cambiare una situazione statica, nella "Crisi" OST e OPP (rispettivamente Pesce e Ribon), moderni clown vestiti in maniera identica, sono le due facce della stessa medaglia, la personificazione della voce interiore dell'impiegato (ma potrebbe essere un qualsiasi altro ruolo lavorativo), in equilibrio costante e precario tra la paura del cambiamento - l'OSTacolo - e il desiderio di affrontarlo - l'OPPortunità.

Come nell'opera beckettiana c'è quindi la staticità dell'uomo che guarda "dalla finestra" la vita scorrergli davanti, ancorato a certezze anche non positive, ingobbito dal lavoro o dai pensieri (meravigliosa l'idea di imbottire l'impermeabile per rendere l'idea del "peso caricato sulle spalle"), alla ricerca di "qualcuno" a cui dare la colpa della pratica che viene rifiutata, del sistema che non funziona, del parcheggio che non trova. Un "altro" colpevole su cui scaricare le responsabilità della propria inefficienza, per riuscire a sentirsi innocente. 

E quando viene identificato il colpevole, come ci si comporta? Si può arrivare a ucciderlo? Ma se la "vittima" ed il "carnefice" si identificano nella stessa persona? Ovviamente, la risposta va cercata in teatro. Una pièce nella quale la risata gioca a nascondino con la riflessione, e nella quale si evidenzia, soprattutto nel finale, quanto Stefano Pesce abbia cercato di arrivare alla visione giapponese di "crisi", nel cui ideogramma sono racchiuse sia la parola "pericolo" che la parola "opportunità".

I due attori sono sul palco senza scenografia alcuna: solo due carriole a raffigurare una postazione di lavoro esemplificativa del "tirare la carretta". Anche la scelta dei costumi, molto appropriata, contribuisce a rendere convincente il lavoro. Sottile il richiamo al clown (due bretelle), definito anche da qualche oggetto "rubato" all'arte del "tendone". Chiaro - e riuscito - l'intento di Pesce di costruire un racconto teatrale che possa far riflettere strappando delle risate.

Il testo è sicuramente particolare e non usuale, giustamente e coraggiosamente concettuale, si richiama a grandi protagonisti sia del teatro che della letteratura (Pirandello, Kafka, Stevenson, Beckett), reso duttile dalla qualità recitativa dei due protagonisti. Un testo che, fra gli altri, ha anche il pregio di far uscire lo spettatore dal teatro ancora interrogandosi su quale "altro" aspetto gli autori abbiano voluto attirare l'attenzione, quale "altro" significato ci sia ancora da svelare. Quando succede questo, quando c'è sempre un "altro" da analizzare come c'è sempre un "teatro" in cui entrare, non si può temere una "crisi", soprattutto di spettatori.