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Agnese di Dio, tre drammi in uno al Festival teatrale Fita

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‘Forte e intenso’, questi i due aggettivi che possono essere attribuiti ad Agnese di Dio, quinto appuntamento del XIX Festival Fita Premio Città Viterbo, spettacolo portato in scena, al teatro San Leonardo di Viterbo, dalla compagnia teatrale La Zonta di Thiene (in provincia di Vicenza)

RECENSIONE - ‘Forte’ perché il testo di John Pielmeier snocciola un dramma, o per meglio dire tre drammi, ben articolato in varie fasi; un giallo teatrale che, per mezzo di dialoghi serratissimi e situazioni coinvolgenti, porta il lettore a vivere un’escalation di emozioni e ad attendere il finale con il fiato sospeso. ‘ Intenso’ perché l’interpretazione delle attrici, tre donne  in un dramma di introspezione psicologica tutto al femminile, ha lasciato trapelare  tutta la sofferenza, il pentimento, il dubbio; emozioni vive e reali grazie ad un’immedesimazione convincente che ha travolto le attrici, e anche il pubblico visto il vasto consenso dalla platea, fino ai saluti finali.

Le stanze silenziose di un convento invece di essere il luogo di pace e di meditazione finiscono per essere  l’inferno di tre donne che usciranno completamente stravolte, una volta raccontato il proprio dramma, dalle sue porte. Una storia dura e non semplice da rappresentare; tre drammi che esigevano di essere rappresentati e raccontati fino ad essere gridati nella disperazione finale della giovane protagonista.

Tre donne e il loro rapporto con la religione e il proprio passato: una giovane novizia, per l’appunto Agnese, una psicologa atea e una Madre superiora; tre vite scavate e segnate da difficili scelte e dolorosi segreti, segreti che verranno svelati uno ad uno fino a tessere la complicata trama.

In un turbinio di passato e presente, flashback e decisioni dettate da un approccio analitico e scientifico, il segreto di Agnese verrà rivelato al pubblico, ma come un fiume in piena l’animo fragile della giovane novizia finirà per travolgere, stravolgere e portare a galla molti più elementi. In scena, per tutto il dramma, sarà la giovane psicologa a condurre il lettore nel passato confuso di Agnese e l’apertura  di cinque tende, essenziale ma efficace scenografia, rifletterà proprio lo “svelamento” dell’animo confuso  e fragile della novizia.

Un vero e proprio giallo dove la psicologa Martha Livingstone finisce per diventare un ispettore investigativo e dove il lettore viene stimolato a riflettere su temi non troppo semplici e scontati, in un serrato scontro tra moderna psichiatria e fede nei miracoli. Lei, atea non per “devozione” ma più per scelta, dovrà confrontarsi con le sue stesse convinzioni, minate in realtà da innumerevoli dubbi e rimorsi irrisolti che il volto angelico e l’animo “candido” di Agnese porteranno in superficie. Strumento di indagine solo un taccuino e la fede nella scienza e a stravolgerla sarà proprio la raggiunta consapevolezza che non tutte le emozioni possono essere dominate, non tutto è bianco o nero.

E se non tutto è spiegabile razionalmente, come si può collocare il male? Come si può spiegare l’affetto provato per ciò, o per chi, andrebbe tenuto a debita distanza come un semplice oggetto di indagine? Come si può spiegare il coinvolgimento emotivo per ciò che razionalmente è sbagliato?

Convinzioni  e dubbi in un turbinio di emozioni che ha coinvolto attori e pubblico in sala, applausi e consensi per tre attrici che hanno dato una bella prova di come “essere amatoriali”  significhi in realtà passione, studio e professionalità.

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