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Fri, Oct

Incontrare Johnny Winter è un'emozione come musicista, ancora di più come uomo

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Per una volta abbiamo scelto di presentare un grande concerto (e un grande artista) non attraverso la nostra classica recensione, ma attraverso le sensazioni di un lettore, ma anche e soprattutto musicista, che ha vissuto dal backstage la data romana di Johnny Winter, mito del blues, al XRoads

LIVE REVIEW - Leggendo il report di Maurice Flee (chitarrista) non abbiamo dubbi che le sue sensazioni abbiano coinciso con con quelle della maggior parte del pubblico che ha affollato il locale.

Vivo l'esperienza come backliner (il backliner è colui che si occupa - a pochi centimetri dal palco - delle chitarre del solista, provvedendo ai cambiamenti e alle accordature, ndr) di Andrea De Luca, chitarrista e leader degli Sharp Donkey, la band opening act del concerto di Winter. 

Arrivati in tempo per il soundcheck assisto a una jam tra i tre componenti della band, tranne Johnny che purtroppo arriva zoppicante per la prova finale dei volumi. Vedendolo a due passi da me provo già una forte emozione, ma non voglio disturbare e lo lascio andare a cena, rimpiangendo però l’occasione perduta di averci potuto scambiare due parole.

Dopo il check dei Donkey mi ritrovo nel camerino con il bassista Scott Spray, gentilissimo e disponibile ad una chiacchierata informale, incentrata sulla strumentazione usata nella serata romana e arricchita da aneddoti e leggende sul mondo del “blues”. Gli chiedo se sia possibile incontrare Johnny, Scott non si pone il minimo problema e non esita a portarmi - di soppiatto - nel camper dove il protagonista della serata ha appena finito di mangiare e si sta riposando. Vengo presentato a Johnny Winter, che mi accoglie sorridendo. Gli faccio i miei (anche imbarazzati) complimenti per tutto quello che ci ha donato negli anni, Johnny si interessa (realmente!) al mio lavoro, firma con pazienza e attenzione il mio slide (conosciuto anche come bottleneck, è un cilindro cavo utilizzato per dare un suono particolare alla chitarra, ndr) in ottone oltre alla sua foto con la band. La mia attenzione si sofferma soprattutto nell'osservare il cappello texano, suo marchio di fabbrica, con le due teste di serpente. Mi sento veramente come un bambino degli anni '60, felice di incontrare il proprio supereroe preferito. Da qui in poi è una risata continua, un alternarsi di battute con il bassista e mi godo il momento. 

Avere una leggenda del genere a fianco mi lascia senza fiato e rimango spiazzato soprattutto dalla sua grande umiltà. Sono abituato a suonare un po’ dappertutto e a vivere situazioni abbastanza diverse, succede spesso che artisti sconosciuti si credano superstar, senza concedersi a una chiacchiera, un complimento o a una semplice risata. Invece una leggenda del blues rimane a parlare, fare domande ed interessarsi ad uno sconosciuto chitarrista italiano, nonostante la sua quasi immobilità e le difficoltà di respirazione che dovrebbero suggerirgli di usare questi minuti per accumulare energie. 

Me ne vado e Johnny Winter mi saluta chiamandomi per nome, augurandomi il meglio con un “keep on blues man”, quasi impercettibile, ma nella mia testa stordente. Sono stato fortunato indubbiamente, perché capisco che un trattamento del genere è riservato solo a pochi intimi... Questo spiega però quanto un artista, che ha fatto ed è la storia del blues, sia così attaccato ai fan e perché le persone arrivano da ogni luogo, macinando chilometri su chilometri per lui.

Il concerto è fantastico, emozionante come il nostro incontro, anche se il grande Winter sbaglia ogni tanto e si sente, ma non interessa nessuno, anche le stecche risultano belle e quasi volute, come da tradizione blues (a volte). Poche note, ma quelle giuste. Il pubblico, principalmente molto più avanti negli anni di me, sembra però composto di tanti “ragazzini” che si entusiasmano e fanno sentire a questo grande, grandissimo artista tutto l’affetto possibile che ne sostiene costantemente l’esibizione. Ogni nota o ogni parola è accolta da un applauso, uno scatto con il cellulare, un grido di gioia e tanti, tanti sorrisi. E Johnny Winter, malgrado l’età e gli evidenti acciacchi di una vita non proprio riposata, raccoglie tutto l’affetto, lo trasforma in note per il suo cuore, che ci restituisce a poco a poco, come la fiammella di una candela che si passa lentamente per non correre il rischio che si spenga.

Ultimo pezzo e l'esibizione termina, ma Winter non si sottrae - almeno inizialmente, poi la stanchezza prenderà il sopravvento - a chi lo raggiunge sul suo camper e raccoglie un ulteriore abbraccio dal pubblico, io torno a casa ancora carico di energia e della grande lezione di umiltà che ho ricevuto più che da un grande musicista, da un grande uomo.

Photocredits: Roberto Scorta (si ringraziano l'autore e il CrossRoads per la cortese concessione alla pubblicazione dello scatto)