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Mon, Oct

"Il blues della metropolitana", viaggio di parole tra l'umanità

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Pochi e semplici elementi per disegnare una realtà più vera di quanto appaia, più concreta di come venga rappresentata: sedie in fila a significare il vagone di una metro, un uomo, solo con il suo blues e i passeggeri, personificazione dell'umanità intera

RECENSIONE - Un testo, "Il blues della metropolitana" ("Untertagsblues. Ein Stationendrama") dell'autore austriaco Peter Handke (premio Ibsen 2014) che non necessita di scenografia, perché già ricco di emozioni ed entità umane; la messa in scena (prima italiana), resa viva da Maurizio Donadoni e dalla voce registrata di Manuela Mandracchia, con la regia di Veronica Cruciani, in onda dagli studi di Rai Radio3 di Via Asiago (a Roma), nell'ambito di "Tutto esaurito", festival teatrale di Rai Radio3.

Una sala spoglia, arricchita solo dalle parole profonde della sceneggiatura e dalla recitazione emozionante e forte, in un susseguirsi di significati profondi, amari e allo stesso tempo ironici per l'assurda verità raccontata: un'umanità rea (confessa?) di essere semplicemente e banalmente brutta, offesa da un uomo che, come un'entità superiore, ha il coraggio di insultare i passeggeri della metro. Non sappiamo il motivo, non sussiste e probabilmente non è importante, quello che trapela dal testo è invece l'imbarazzante rapporto tra identità e collettività: il protagonista odia la coppia felice, disprezza chi legge, ha cattive parole per tutti e solo i suoni (il rumore della metropolitana e la musica blues) ricordano allo spettatore un qualche rimasuglio di realtà forse non così "brutta", il resto del racconto riferisce di un mondo che ha perso l'armonia e la proporzione.

Una breve conversazione con il protagonista della pièce, Maurizio Donadoni, ci indirizza verso una visione più cerebrale del testo, in particolare verso la condizione del protagonista come maitre à penser, guida morale che influenza (in questo specifico caso dovrebbe influenzare, ma non ci riesce) un gruppo; ci ha dichiarato Donadoni: "E' un testo sull'impossibilità dell'intellettuale di saldarsi con la società", perché la realtà è indifferente agli attacchi del protagonista, che diventa "Una voce che grida nel deserto, è certo un deserto metropolitano e lui non grida ma canta, perché una qualche remota armonia la porta dentro, ma quando si accorge che è solo, che il reale va da tutt'altra parte, all'intellettuale non resta che monologare ed esprimere il proprio dispiacere in maniera sterile. E' affabulazione, sproloquio: l'intellettuale ha delle motivazioni valide, ma che rimangono fine a se stesse perché la realtà ha tutt'altri ritmi, creando un conflitto tra il reale e l'ideale".

Intensa ed emozionante l'interpretazione di Maurizio Donadoni che ha dato voce alla solitudine e al difficile, doloroso, contraddittorio e probabilmente non troppo irreale, rapporto individuo – collettività. Una messa in scena stimolante, dal ritmo scandito dagli "insulti" scenici del protagonista, dai suoni ferrosi della metro, addolcito dal blues che, nel tempo di una durata di un viaggio, ci ha regalato pensieri e riflessioni sull'umanità.