media & sipario - Quando ogni cosa "non" è al suo posto, "dentro" il Teatro è sempre primavera

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Quando ogni cosa "non" è al suo posto, "dentro" il Teatro è sempre primavera

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Debutto con molti applausi di “Mi sa che fuori è primavera”, trasposizione teatrale dal libro di Concita De Gregorio, con la regia di Giorgio Barberio Corsetti, da un progetto di Gaia Saitta

RECENSIONE - Succede che una giornalista, Concita De Gregorio, scriva un libro per raccontare la storia di una donna sopravvissuta al peggiore dei dolori, la sua sofferta rinascita e un amore, tanto imprevisto quanto non cercato, che lenisce le crudeli ferite. E succede che una bravissima attrice, Gaia Saitta, s’innamori della limpidezza delle parole della scrittrice, dell’ostinata forza della protagonista che sceglie di essere se stessa - non la tragica storia che la rappresenta - e decida di interpretarla. 
Nasce così un lavoro teatrale tra i più belli di questo 2017, con una protagonista sensibile e immensamente brava nell'interpretare il difficile ruolo di una madre, capace di vivere i sentimenti contrastanti e trasmetterli intatti a un pubblico partecipe e turbato.

gaia saitta

La storia è tristemente nota, un terribile fatto di cronaca reale che nel 2011 tenne l’opinione pubblica con il fiato sospeso per settimane. Un uomo - dopo la separazione - decide sadicamente di infliggere alla moglie la peggiore delle punizioni, far sparire le figlie, due gemelle di appena 6 anni, lasciandola con il dubbio lacerante sulla loro sorte, facendola vivere per sempre sospesa tra la speranza di ritrovarle e la disperazione per la loro morte. 
Purtroppo bisogna necessariamente raccontare quegli angosciosi momenti che hanno cambiato la vita di Irina (è questo il nome dell'avvocato italiana, suo malgrado, reale protagonista), ma il libro racconta soprattutto ciò che è venuto dopo, quando i riflettori si sono spenti e la donna è rimasta sola.

le scarpe di mathias

Il monologo di Gaia Saitta è un continuo flashback tra passato e presente, ricordi che assalgono improvvisi, la necessità di raccontare l’approssimazione delle indagini, la disattenzione degli inquirenti, le riflessioni di chi - anche se sconvolta - ha analizzato lucidamente e minuziosamente ogni più piccolo dettaglio, ripercorrendo mille volte le ultime ore delle sue bambine, alla ricerca di soluzioni per le tante, troppe, domande a cui non ha mai trovato risposte. Un filo aggrovigliato che nessuno ha più di tanto cercato di sciogliere.

irina e la nonna

Per raccontare i fatti, l’Irina in scena si serve di post-it, gli stessi che Mathias, il marito svizzero, le lasciava continuamente in giro per casa. Ordini, meticolose istruzioni per qualsiasi evento di banale quotidianità, come - per esempio - scaldare il latte per la colazione. Una maniacale ansia da controllo che Irina, inizialmente (e colpevolizzandosi poi) scambia per la classica e proverbiale precisione svizzera. Personalità psicorigida, la diagnosi esatta fatta dalla specialista a cui si era rivolta. Una testimone che non è stata ascoltata, una testimone che torna in scena, evocata da Irina e che prende le fattezze di una spettatrice, il cui volto, le cui espressioni - come quelle di altri spettatori coinvolti nel gioco scenico, scelti rapidamente al loro ingresso nella sala - appaiono in uno schermo sul fondo del palco.

rabbia

La bellezza dello spettacolo è dato anche da questo continuo abbattimento di barriere, Gaia che si spoglia dei panni di Irina per tornare ad essere l'attrice e raccontare il suo incontro reale con la donna che interpreta. Un incontro vissuto con struggente intensità, con una delicatezza, un pudore e un rispetto di chi, oltre alla facile empatia, prova una sincera ammirazione per la forza della vera Irina.

la psicologa

Gli spettatori che entrano in scena come personaggi della storia costituiscono, ognuno, il tassello di un puzzle asservito al racconto. Ecco la nonna tanto amata, a cui Irina griderà il suo diritto di essere ancora felice, perché “io sono viva, il dolore immenso non mi ha ucciso”, perché non prova vergogna di essere andata a Malaga con Luis, l’amore inaspettato capace di rispettare i suoi momenti di tristezza: “Mi lascia piangere quando arriva il pianto. Poi mi prende la mano e mi dice, ora andiamo”. Poi l’ispettore, la terapeuta di coppia, l’amica del cuore. E poi di nuovo la ricostruzione di quello che accadde, con la costanza di quella terribile domanda senza risposta: dove sono finite le due bambine?

irina lucidi

Cosa ha fatto Mathias in quei cinque giorni, nel suo viaggio, apparentemente senza alcun senso logico, dalla Svizzera alla Francia, passando per la Corsica per finire in Italia, a Cerignola in Puglia, dove si suicida? Possibile che un maniaco perfezionista abbia fatto un viaggio guidato dal caso? Dubbi, flebili speranze, lucida consapevolezza dell’assenza: “Il silenzio è la prova che non ci sono più”.

abbraccio

Gaia Saitta conduce il pubblico in tutte le struggenti emozioni che Irina deve aver provato in quei momenti, che ancora prova quando il ricordo delle figlie la colpisce a tradimento. In sala una spettatrice si commuove e non nasconde il pianto. Il Teatro amplifica i sentimenti eppure, nonostante la tragicità dell’argomento, "Mi sa che fuori è primavera" non è e non vuole essere uno spettacolo drammatico, è "solo" la storia di una donna che ha scelto disperatamente di vivere. Una donna che resterà madre, anche se le sue figlie probabilmente sono morte. Una donna che ha imparato a convivere con la presenza di chi manca, con l’elefante rosa che apparteneva alle due bambine e che ostinatamente è sempre presente. Un monito per un ricordo che non è e non sarà mai dimenticabile.

mi sa che fuori è primavera

“Todo cuadra” ripete Luis il compagno spagnolo ad Irina, ogni cosa è al suo posto. Ma allora perché usciamo tutti dal teatro con un gran senso di vuoto dentro? Un vuoto che viene cancellato dal momento in cui entriamo in casa e troviamo i segni inequivocabili e rassicuranti della presenza dei nostri figli, una presenza che per Irina Lucidi è solo un triste ricordo. Il vuoto torna ed il pensiero va verso quella povera donna, che non conosciamo, ma che Gaia Saitta ci ha reso così vicina, al punto da tenderle virtualmente una mano per farle sentire che ci siamo. Servirà a poco, probabilmente non serve a lei, è più facile che serva a noi.

(recensione di Stefania Ioime / foto di Luciano Lattanzi - tutti i diritti riservati)

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