media & sipario - "Due preti" non sono mai "di troppo" quando sono così Teatrali e "canterini"

Questo sito utilizza cookies per facilitare la navigazione dei suoi utenti. Premendo il pulsante OK l'utente ne accetta l'utilizzo sul device

"Due preti" non sono mai "di troppo" quando sono così Teatrali e "canterini"

Strumenti
Carattere

Probabilmente anche Gesù apprezzerebbe il lodevole intento dei “Gipsy Christ”. Per restituire speranza dove speranza non c’è, serve anche la musica neomelodica e una chiesa che dichiara il "sold out"

RECENSIONE - Divertenti, intelligenti, spiazzanti, poetici, surreali, amari. Sono tanti gli aggettivi per descrivere i testi delle commedie di Antonio Grosso, temi seri e importanti adattati con sensibilità.
Per non dimenticare chi furono e chi sono i preti coraggio, è in tournée italiana "Due preti di troppo", con la regia di Paolo Triestino. Lo abbiamo applaudito al Teatro Bianconi di Carbognano (Viterbo).

antonello pascale

Sul palco la scenografia simula l’interno di una chiesa in evidente stato di abbandono, buia, sporca, infestata dai topi (il termine usato in scena non è questo!), gli arredi sacri dell’altare strappati dai muri. Fuori dalle vetrate imperversa un violento temporale con tuoni e lampi. Due uomini si aggirano furtivi tra le immondizie, apparentemente spaesati nel trovarsi in una situazione del genere. Sono due giovani preti, don Ezio (Antonio Grosso) e don Sabatino (Antonello Pascale), è stato affidato loro il gravoso compito di recuperare una chiesa in terra di camorra.

don ezio

Non sarà un compito facile perché inevitabilmente si scontreranno con la diffidenza del paese, con l’arroganza e la prepotenza che sembrano essere le caratteristiche peculiari degli abitanti. A cominciare da Michele (Filippo Tirabassi), un giovanissimo tossicodipendente in crisi di astinenza che in quella chiesa malmessa è costretto a nascondersi. E da suo cugino Gigino (Andrea Vellotti), un minaccioso “scostumato” che ha il piglio del malavitoso e non nasconde l’avversione per i preti.

maria e michele

Le iniziali difficoltà dei due giovani sacerdoti sono raccontate con lo stile leggero, brioso e brillante della migliore commedia italiana. Ognuno dei quattro personaggi, in scena nel primo atto, riesce a conquistare le simpatie del pubblico, sono uomini completamente diversi tra loro, ma tutti interpretati con straordinaria naturalezza e tratteggiati con capacità. Le diversità caratteriali dei due preti emergono anche dai gusti musicali, don Sabatino cita Finardi e Battiato, mentre don Ezio dichiara convinto che “Mario Merola è Dio, Gigi D’Alessio è il figlio”. E sarà proprio la passione per i neo melodici di don Ezio la chiave vincente utilizzata per riportare fedeli in chiesa. La testardaggine, l’entusiasmo disinteressato, la semplicità disarmante, l’autentica vocazione di aiutare il prossimo, la capacità di adattare le parole del Vangelo al linguaggio del luogo, la dolcezza di farsi umili con gli umili, secondo i veri dettami cristiani, sono le doti con cui riescono a reclutare fedeli sottraendoli alla strada e alla criminalità. E a regalare speranza.

gipsy christ

Nel secondo atto la scenografia cambia completamente, la chiesa ora è un luogo vivo ed è perfettamente pulita, grazie soprattutto a Maria (Carmen Di Marzo), altra cugina di Michele, che per sdebitarsi tira a lucido la chiesa in modo ossessivo, obbliga chiunque ad armarsi di pattine e vorrebbe mettere un cartello all’ingresso per vietare l’accesso a chi ha le scarpe sporche. Ogni messa è gremita di fedeli che vengono soprattutto per ascoltare i “Gipsy Christ”, lo stesso Michele per invogliare nuovi fedeli ripete un ritornello in rima “Ezio e Sabatino i preti che cantano dalla sera fino al mattino”. I due preti, dopo la messa, hanno preso l’abitudine di cantare i canti religiosi in stile neo melodico e si esibiscono come pop star, facendo sold out a ogni messa celebrata.

due preti di troppo

Ancora una volta ci ritroviamo con l’abbattimento della quarta parete, la platea diventa la navata della chiesa, nel primo atto i preti hanno quasi timore di entrarci, perché è buia, insicura, desolatamente vuota. Nel secondo atto, invece, il pubblico si ritrova ad interpretare la folla dei parrocchiani e partecipa al rito, religioso e canoro, che si consuma sull’altare. E assiste impotente al dramma preannunciato: durante tutto lo spettacolo incombe a tratti la voce fuori campo di un uomo, è l’ombra della camorra invisibile e sinistra, incarnata da Pasquale Iovine, il boss locale che segue attentamente l’evolversi della vicenda. Ed è contro di lui e contro tutti gli uomini come lui che vibra la voce possente e sicura di don Ezio alla messa di Natale. Il giovane prete non balbetta più come nel primo atto, non riesce più a essere accomodante come quando zittiva don Sabatino che appellava "scostumato" Giggino. La sua presa di posizione è netta, decisa e coraggiosa, è il grido del riscatto, della libertà riconquistata. Ma la libertà ha sempre un prezzo.

don sabatino

Ancora una volta Antonio Grosso, trasporta il pubblico in una delle sue storie di intelligente ironia. La formula è sempre la stessa, inizialmente fa ridere senza ritegno, per poi colpire a tradimento con l’amarezza della realtà. I toni comici si sostituiscono con i toni drammatici ed ogni attore è perfettamente capace di rendere al meglio il cambio di registro. Questa volta per l’intreccio narrativo Grosso si è ispirato a due preti scomodi che hanno combattuto mafia e camorra, don Giuseppe Diana e don Pino Puglisi.

ringraziamenti finali

Purtroppo tendiamo a dimenticare che le nostre periferie sono terre di confine dove l’ignoranza dilaga e il male diventa lecito. Qualsiasi ragazzino che ha la sfortuna di nascerci può essere arruolato, mafia e camorra si nutrono di giovani vite, ne hanno un bisogno continuo perché ognuno è sacrificabile e sostituibile. In queste roccaforti, spesso gli unici combattenti sono proprio i preti, preti veri come erano don Diana e don Puglisi, quei sacerdoti che salvano i ragazzi dalla strada e li sottraggono alle spire velenose della criminalità organizzata. Ed è ammirevole che il teatro riproponga il ricordo di questi uomini. Uno spettacolo da vedere per riflettere, emozionarsi e non dimenticare.

(articolo di Stefania Ioime / foto di Luciano Lattanzi - tutti i diritti riservati)

0
0
0
s2sdefault
chaplin.jpg