media & sipario - Numeri interessanti per i capolavori di Monet esposti a Roma

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Numeri interessanti per i capolavori di Monet esposti a Roma

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Si è appena conclusa l'immersione nella magia cromatica di Claude Monet ed è tempo di bilanci. La mostra al Complesso del Vittoriano di Roma ha chiuso i battenti domenica 3 giugno, riscuotendo un successo confortante

MOSTRE - Non è raro che le “arti” spesso corrano parallele. Letteratura e pittura nel corso dei secoli hanno subito integrazioni, fusioni e grandi artisti hanno prestato la loro mano ad illustrare le opere di altrettanto grandi letterati. 
Nonostante ciò è comunque strano come “artisti”, a distanza di anni e di generi, trovino dei punti di incontro. L’autore Andrea Camilleri ha confidato ultimamente di aver perso completamente la vista: “Forse perché la cosa di cui più soffro è la perdita del colore, le memorie si sono fatte molto colorate (…). E così i sogni". L’impressionista Claude Monet (Parigi, 14 novembre 1840 - Giverny, 5 dicembre 1926), a fine carriera, soffriva di un problema visivo - una doppia cataratta - che lo portava, si racconta, ad avere una predominante blu: “Vedo tutto blu, non vedo più il rosso, non vedo più il giallo; mi dà terribilmente fastidio perché so che questi colori esistono, so che sulla mia tavolozza c’è del rosso, del giallo, un verde speciale, un particolare viola; non li vedo più come li vedevo un tempo, e tuttavia li ricordo bene”.

moto monet

Un legame molto particolare, a distanza di così tanti anni, non può che incuriosire gli appassionati di lettura e di arte, e farli maggiormente avvicinare alla mostra allestita al Complesso del Vittoriano di Roma proprio su Claude Monet. E il legame tra i due autori - sì, autori, non artisti, in considerazione di quanto la pittura sia un linguaggio attraverso il quale si “racconta” sempre qualcosa - non finisce con la “memoria a colori”: in un parallelismo azzardato possiamo dire che prima della nascita dell’impressionismo, Monet oscillava tra il realismo di Courbet e il nuovo naturalismo di Manet quanto, prima di dedicarsi completamente alla scrittura in lingua siciliana, Camilleri si dedicò alla rigorosa osservazione delle regole di composizione in lingua italiana.

depliant

Al di là di queste similitudini è praticamente impossibile pensare di descrivere la vastità dell’opera del pittore impressionista, ma la grande retrospettiva, prodotta e organizzata dal Gruppo Arthemisia con il Musée Marmottan Monet e curata da Marianne Mathieu, la cui apertura è stata prorogata fino al 3 giugno (in totale 227 giorni con una media di 2.000 visitatori al giorno), ci è riuscita nella sua quasi totalità, abbracciando in 60 opere le molteplici sfaccettature dell’artista.
Se anche i meno esperti d’arte conoscono o riconoscono le “Ninfee”, pochi sanno che il ciclo pittorico è composto da 250 dipinti nei quali Monet arrivò alla completa disgregazione della forma in favore del colore. Oppure che Monet fu prolifico disegnatore di “Caricature” e che dedicò molta della sua tavolozza alla “Famiglia”. Tanti sono i ritratti di Camille, la modella che sposò nel 1870, quelli fatti per la seconda moglie Alice Hoschedèe e altrettanti quelli con soggetto i suoi numerosi figli.

pannello

Questi tre temi, con l’aggiunta di “Monet, cacciatore di motivi”, ”Il ponte giapponese e i salici piangenti” e “I pannelli monumentali” formano le sei sezioni in cui si è sviluppata la mostra romana, composta appunto da sessanta opere tra le quali si può ammirare "Londra. Il Parlamento. Riflessi sul Tamigi" (1905), “Il castello di Dolceacqua” (1884), “Vétheuil nella nebbia” (1879). Con un record di 468.479 visitatori, la mostra ha conquistato il primo posto tra le mostre in assoluto più visitate a Roma.

(articolo di Beatrice Ceci / foto di Luciano Lattanzi - tutti i diritti riservati)

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