media & sipario - Sherlock Holmes: The Final Curtain. L'aggiornamento del mito è possibile?

Questo sito utilizza cookies per facilitare la navigazione dei suoi utenti. Premendo il pulsante OK l'utente ne accetta l'utilizzo sul device

Sherlock Holmes: The Final Curtain. L'aggiornamento del mito è possibile?

Strumenti
Carattere

Nei teatri inglesi Simon Reade (come autore) e David Grindley (come regista) stanno cercando di rinnovare il mito dell'investigatore più deduttivo della letteratura mondiale

RECENSIONE - Il sipario si apre su uno studio di registrazione della BBC dove è atteso il dottor John Watson (Timothy Kightley). Il compagno di mille indagini di Sherlock Holmes è alla radio per un aggiornamento "audio" delle avventure del più celebre ed infallibile detective a cavallo tra '800 e '900. La scena cambia in maniera tanto suggestiva quanto geniale, facendo scorrere un secondo sipario, da destra verso sinistra (per noi che guardiamo), che cela al pubblico il palcoscenico e permette agli addetti, velocissimi, di predisporre gli elementi per il quadro successivo.

Entra nel racconto il famoso detective (Robert Powell), palesandosi con il nome di Sherlock Smith. In realtà quando si presenta lo fa con "Smith, Sherlock Smith", ma dubitiamo si sia trattato di un omaggio ad un altro celebre personaggio della letteratura e cinema britannico. Sherlock (Smith o Holmes, poco importa) è da tempo in pensione, si è ritirato nel Sussex per dedicarsi allo studio delle sue api, ma ovviamente il carattere è quello di sempre. Smith interviene seccamente sulla scena di un delitto, dando le solite saccenti indicazioni al malcapitato ispettore Newman (Lewis Collier), passano gli anni e cambiano i detective della polizia britannica, ma il comportamento di Holmes è sempre lo stesso, con tutti. Nuovo cambio di scena, stavolta il sipario (il terzo) scorre da sinistra verso destra, per farci ritrovare Holmes comodamente seduto su una seggiola a sdraio, completamente velato per proteggersi dalle punture dei suoi insetti, accanto a sé ha un'arnia. Fa il suo ingresso Mary Watson (Liza Goddard) che viene sorpresa da Holmes, in piedi alle sue spalle con in mano una pistola: quello seduto è in cera, serve a proteggere l'ex investigatore, appena paranoico, da eventuali malintenzionati.

il programma di sala

La signora Watson (moglie dell'amico medico) è nel Sussex per chiedere aiuto, il figlio James è morto in guerra (la Prima Guerra Mondiale), ma incredibilmente appare costantemente nell'appartamento dei suoi genitori al 221B di Baker Street. La donna prega Holmes di venire a Londra per investigare sulle misteriose apparizioni del fantasma del figlio, ma non sia mai che Sherlock Holmes non si faccia pregare per fare qualcosa e di conseguenza la richiesta di Mary Watson cade nel nulla. La scena successiva - con il solito trucco del sipario - si sposta nel famoso appartamento di Baker Street, sempre gestito dalla Signora Hudson, che nel frattempo è diventata Signorina Hudson (Anna O'Grady), ma semplicemente perché è la figlia della precedente padrona di casa. Si riforma la celebre coppia, anche se in questo caso l'investigazione è molto, troppo, personale, quindi particolarmente complessa e di difficilissima, se non impossibile, soluzione. Ma è pur sempre presente una delle affermazioni cardine del mondo in Holmes: "Una volta eliminato l'impossibile, ciò che resta, per quanto improbabile, deve essere la verità", di conseguenza, non scostandosi da questo punto fermo è possibile fare luce e dare spiegazione alla vicenda.

Come si evolve la nuova drammaturgia del contemporaneo Simon Reade, mai come in questo caso, è esclusivamente da vedere in teatro, e da tacere successivamente, per non togliere a nessuno il piacere della visione. Basti sapere che dall'elenco dei personaggi principali è ancora mancante il fratello di Holmes Mycroft (Roy Sampson) e che nel finale viene piacevolmente rievocata, non sappiamo quanto intenzionalmente, l'atmosfera prebellica di attesa per un possibile e prossimo conflitto - la vicenda teatrale si conclude nel 1922 - dei film del più famoso, secondo noi, Sherlock cinematografico: le 14 pellicole interpretati tra il 1939 e il 1946 da Basil Rathbone e Nigel Bruce.

Scenograficamente (Jonathan Fenson, anche autore dei costumi) "The Final Curtain" è impeccabile, nel silenzio assoluto si riesce anche a percepire il ticchettio dell'orologio in casa Watson, e il cast concorre a rendere credibile l'ambientazione di inizio secolo scorso. Robert Powell, conosciutissimo al pubblico italiano per il film televisivo "Gesù di Nazareth" (di Franco Zeffirelli, 1977) è un ottimo interprete in british style, molto vicino a Basil Rathbone o Jeremy Brett, meno allo Sherlock (Benedict Cumberbatch) televisivo più recente, lontanissimo (e meno male!) dalle versioni di Guy Ritchie e della CBS. Il mito può quindi sopravvivere anche al suo "canone", purché, come in questo caso, se ne rispetti rigorosamente l'atmosfera, anche se, per farlo, dobbiamo rinunciare all'altra frase affermazione iconica "Elementare, Watson!". Ma non si può avere tutto!

Cast artistico: Robert Powell, Liza Goddard, Roy Sampson, Timothy Kightley, Anna O'Grady, Lewis Collier, Peter Brollow. Regia: David Grindley. Produzione: Theatre Royal Bath Productions e Kenny Wax.

(articolo di Luciano Lattanzi - tutti i diritti riservati)

Protected by Copyscape

0
0
0
s2sdefault
brecht.jpg