media & sipario - La specialità del giorno teatrale è "Dolore sotto chiave" con "Pericolosamente" di contorno

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La specialità del giorno teatrale è "Dolore sotto chiave" con "Pericolosamente" di contorno

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Semplici e gustosi sono gli ingredienti con cui Francesco Saponaro ha servito "Dolore sotto chiave" e "Pericolosamente", due atti unici poco conosciuti di Eduardo De Filippo

RECENSIONE - Rappresentazione in salsa agrodolce al Teatro Fabbri di Vignola: lo “chef” Francesco Saponaro ha proposto due atti unici poco conosciuti di Eduardo De Filippo, accostati con abilità e gusto come si farebbe con un piatto tradizionale ed un buon vino; e per farceli gustare appieno, il regista napoletano usa ingredienti semplici, saporiti e perfettamente bilanciati: un ridottissimo cast tutto al maschile, una scenografia minimale ma molto evocativa firmata Lino Fiorito e un condimento musicale asciutto e mirato a cura di Daghi Rondanini. Come entrée ci viene servito un prologo tratto dalla novella “I pensionati della memoria” di Luigi Pirandello, completamente in siciliano; l’inevitabile barriera linguistica con il pubblico emiliano viene in buona parte superata da una recitazione molto evocativa di Giampiero Schiano, che mima gran parte delle metafore e delle immagini presenti nel testo. Si tratta di un antipasto amaro, che colpisce immediatamente il palato con il tema aspro della morte quando ancora il sipario è chiuso.

Per il primo piatto Saponaro attinge dal 1958, anno in cui De Filippo scrisse "Dolore sotto chiave". La scena si apre quindi su casa Capasso, di cui il primo particolare che salta all’occhio sono le porte a forma di bara. L’odore di crisantemi aleggia anche nell’atmosfera pesante che grava attorno al tavolo mentre Lucia (Luciano Saltarelli) ragguaglia il fratello Rocco (Tony Laudadio) sulle condizioni di salute della moglie Elena, stabili tra la vita e la morte ormai da undici lunghi mesi, ma che potrebbero velocemente volgere al peggio con il minimo rumore o la più piccola emozione. Rocco è però inquieto e in uno scatto d’ira entra urlando nella camera della moglie trovandola… vuota. Lucia non ha altra scelta che confessare tra le lacrime che la donna è morta da quasi un anno e di aver nascosto al fratello la notizia per evitare che lui si sparasse, come aveva dichiarato di voler fare nel caso in cui fosse rimasto vedovo. Inizia così, tra ironie e amare constatazioni, un gioco di rimpalli di colpe, di accuse e di rimproveri da cui emerge che la rabbia di Rocco non deriva solo dall'impossibilità di vivere un dolore che era solo suo, di cui aveva diritto, ma anche da una coscienza non proprio pulita.

Di vent’anni precedente al primo testo risulta essere Pericolosamente, il nostro secondo piatto di cui percepiamo subito il gusto frizzante e vivace nei personaggi costruiti per suscitare ilarità. E non passerà molto tempo prima che la sala si riempia di risate davanti a Michele (Giampiero Schiano), vecchio amico d’infanzia di Arturo (Tony Laudadio) invitato da quest’ultimo a soggiornare a casa sua, ma preso immediatamente a male parole dall’irascibile moglie, Dorotea (Luciano Saltarelli). I litigi furiosi sembrano essere all'ordine del giorno in casa di Arturo, che ha un modo tutto suo di far valere le proprie ragioni: spara alla moglie, che, venendo ogni volta schivata dal proiettile, grida al miracolo e diventa seduta stante un docile agnellino. Michele resta stupito e spaventato da queste scene al limite della follia, ma Arturo gli rivelerà che tutto questo fa parte del suo piccolo segreto per mantenere la pace in famiglia.

Ci si alza quindi dalla poltrona con il sorriso sulle labbra e del sapore pirandelliano rimane solo il retrogusto; Francesco Saponaro ha dato l’occasione al suo pubblico di riscoprire e riassaporare qualche frammento dell’opera di De Filippo, stemperando il tema crudo della morte con la pungente dolcezza della commedia.

(articolo di Laura Davoli / foto di Beatrice Ceci - riproduzione non consentita)

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