media & sipario - Intervista ad Amanda (senza La Banda) ma con tanto blues, anche nelle parole

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Intervista ad Amanda (senza La Banda) ma con tanto blues, anche nelle parole

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Incrociamo Amanda Tosoni (senza La Banda) quando mancano pochi giorni dal concerto che la cantante e il gruppo che porta il suo nome terranno alla Blues House di Milano. La nostra intervista  

MILANO - La band ha un bel repertorio "adulto" che spazia in generi d'oltreoceano. Piena musicalità della voce della solista con una piacevole miscellanea principalmente tra blues e jazz. Come tutti gli artisti (veri) anche Amanda Tosoni si presta volentieri (speriamo!) ad essere disturbata per una breve intervista. 

Il suo repertorio spazia in linee musicali difficili per il mercato italiano, chi o cosa l'ha estradata su questo genere?

A mio parere ci sono generi musicali che semplicemente... ti scelgono. Il blues e le sue origini (gospel, spirituals, worksongs) ed eredità (funky, soul, r'n'b) mi hanno sempre parlato dritto alle aree di risonanza più profonde... fisiche e non. Non ci posso fare nulla. C'è da dire che si tratta di un filone musicale che ha influenzato tanta parte di ciò che è seguito e che arriva fino ad oggi. Stilemi e sonorità che si possono ritrovare a distanza di un secolo e di certo a livello internazionale. Il "passato" musicale è il terreno da cui tutti creano il nuovo... e io ci ritrovo una forza vitale, espressiva, emotiva che vale la pena mantenere viva e diffondere, accanto al nuovo. Pensiamo a Natural Blues di Moby che campiona, infarcendo di elettronica, un antico spiritual cantato dalla mitica Vera Hall... (uh lordy, trouble so hard...). Insomma, passato e presente possono coesistere e arricchirsi a vicenda e ognuno credo debba fare la musica che sente dentro, indipendentemente dalle linee musicali predilette dal mercato italiano!

Ritiene ci sia spazio - al di fuori dei club - per una band che propone musica come la sua?

In Italia? beh. Ci sono diversi festival blues e jazz più e meno grandi in giro per il nostro paese, in particolare d'estate. Ma devo dire che negli anni fanno sempre più fatica a sopravvivere: sempre meno fondi dagli enti e gusti musicali più mainstream rendono dura la vita per chi organizza e suona questo genere.

Vista la situazione generale, come è possibile riuscire ad arrivare ad un pubblico vasto, abituato alla musica ascoltata solo in digitale e in forma distratta?

Nel nostro paese e ormai nel mondo, il blues è un genere di nicchia. Lo scopo non è dunque arrivare ad un pubblico necessariamente vasto, le nicchie portano avanti cultura, storia, creatività, diversità. Sono indispensabili a mio parere, anche se non sono fruite dalle masse. Comunque all'estero abbiamo suonato il nostro genere davanti anche a migliaia di persone, dipende molto dal contesto culturale e dall'importanza del festival musicale a cui si prende parte. Ad esempio quando abbiamo suonato nello Zimbabwe, all'HIFA 2017 (Harare International Festival of Arts) eravamo una delle poche band a suonare blues, poi c'era musica etnica, jazz e molto altro ancora, con migliaia di persone che fruivano dei diversi generi. Ecco forse una via per diffondere i generi di nicchia è quella di inserirli in un contesto più ampio.

Come è stata la genesi del disco? Ha messo insieme tutto quello che era stato scritto o ci sono anche altri brani in attesa di pubblicazione?

Alcuni brani erano già stati scritti, negli anni, in attesa di venir pubblicati. Come Princess, scritta dopo il nostro tour ad Haiti nel 2012, in compagnia di Geologos sin Fronteras, un'esperienza forte ed indimenticabile. Altre erano originariamente tracce strumentali, idee che hanno preso forma poi quando ci ho messo su un testo.

Cosa ha guidato la scelta?

Ci sono sempre brani in "cantiere", è un processo un po' continuo, ma a un certo punto ci si ferma e si decide di raccogliere quello che c'è e che ha una sorta di coerenza interna, in un disco. Come questo Grand Hotel in cui ogni brano rappresenta una stanza, una storia, un'esperienza.

Il brano "Sweet Mary Ann" effettua una rilettura di un lontano passato sociale, ma siamo certi che lo sia?

Il brano è un omaggio stilistico e tematico (piuttosto rivisitato) alle antiche worksongs, i canti di lavoro forzato che diedero origine al blues e costituisce una rilettura della schiavitù della condizione umana, che di fronte alle difficoltà cerca appigli nella religione o nella famiglia o nell'amore, e suggerisce invece la possibilità di affidarsi alle proprie forze per raggiungere la propria realizzazione. Mi pare si tratti di un tempo piuttosto attuale, o meglio trasversale ad ogni epoca. Inoltre ci sono tristemente note le nuove schiavitù a cui siamo soggetti. Siamo schiavi del tempo che non ci appartiene, dei mutui con le banche, del lavoro che non amiamo e che occupa troppa parte della nostra giornata, dei consumi, dei falsi bisogni, dei social!!! di tutto... Siamo così tanto schiavi che non ce ne accorgiamo nemmeno, e mettiamo il proverbiale vaso di fiori alla finestra della cella. Le catene sono invisibili, ma se iniziamo ad ascoltarci davvero, sentiremo che producono un rumore assordante e questo è il punto di partenza per iniziare a progettare l'evasione. Non è mai troppo tardi per iniziare ad essere liberi. Come diceva Nina Simone: "Libertà è... non avere paura!"

Cosa ascolta e chi va a vedere live Amanda?

Uh, dipende! Per il mio lavoro di insegnante di canto, mi capita di ascoltare davvero ogni genere a seconda dei brani che i miei allievi vogliono studiare. A casa, come sottofondo caldo per cene e chiacchiere, non mancano i Buena Vista Social Club e Cesaria Evora, poi Louis e Ella Fitzgerald in quello splendido disco in duetto (il riferimento è a "Ella and Louis" dove il Louis è Armstrong, ndr). Nina Simone gira sul giradischi spessissimo e Ray Charles mi accompagna sempre, ma c'è tanto altro. E i concerti... beh, vado davvero a vedere ogni cosa se me lo propongono, se la compagnia è bella e l'acustica decente! Recentemente... dall'Opera Lirica ai Korn e i Megadeth. Insomma, non ci sono barriere alla musica live, trasmette sempre emozioni se ben suonata!

Per concludere, le propongo un giochino (scemo!), vorrebbe dirmi quello che le passa in mente - senza pensarci troppo - al nominare questi tre nomi: B.B. King, Aretha Franklin, Amy Winehouse

B.B. King è il papà del Blues e della mia passione per il Blues. Il primo disco che ho ascoltato, che mi ha folgorato e indicato la strada musicale da seguire nella vita è stato il suo "Sweet Little Angel". L'ho visto tantissime volte live, conosco tanti dei suoi dischi a memoria... e mi manca tanto. Leggete la sua biografia: è splendida! Aretha è la regina delle regine del Soul. Ci ha fatto vibrare in ogni angolo di corpo e anima come mai nessuno potrà fare! Nel concerto di domenica (21 ottobre 2018), cercherò di omaggiarla come meglio potrò, interpretando "Dr. Feelgood". Già tremo all'idea, ma so che accoglierà con benevolenza il mio umile tributo, da lassù! Amy... beh... un angelo caduto, una perdita così grande, incommensurabile. Doveva restare "da questa parte" molto più a lungo, per la sua felicità (se fosse riuscita a trovarla) e per la nostra! <3

Amanda deve tornare a riunirsi con La Banda, che l'attende per le prove. C'è un concerto da preparare e mancano solo 3 giorni per il fatidico "on stage". media & sipario ringrazia Marta Scaccabarozzi per il cortese supporto fornito all'intervista.

(articolo di Luciano Lattanzi - riproduzione non consentita)

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