media & sipario - "Lampedusa" è un pugno teatrale nella pancia della nostra indifferenza

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"Lampedusa" è un pugno teatrale nella pancia della nostra indifferenza

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Stefano e Denise sono due persone - tra loro sconosciute - che si trovano a trattare con un'umanità ai margini del mondo, gente con cui nessuno vuole avere a che fare, forse solo il mare

RECENSIONE - "Lampedusa" di Anders Lustgarten è il doppio racconto di un uomo e una donna che vivono vite completamente diverse. Due confessioni accorate che abilmente rivelano un sottile legame, perché quando il mondo sembra “fottuto” c’è sempre qualcuno che ti regala speranza. È sconcertante che sia un drammaturgo inglese a raccontare con autentica partecipazione il dramma dell’immigrazione in Italia, ma che soprattutto riesca a rendere perfettamente le contraddizioni e gli umori del nostro paese, la disillusione rabbiosa e commovente di un pescatore siciliano, il rancore malcelato di una donna, metà italiana e metà marocchina, per la sua condizione mista.

Probabilmente l’immigrazione, la mancanza di lavoro e di prospettive, il razzismo diffuso, legittimato e senza memoria, l’ipocrita indifferenza della politica, la disperata e tenace sopravvivenza di chi è costretto ad arrabattarsi per vivere, sono temi comuni al mondo occidentale. “L’Europa è fottuta” ripetono più di una volta entrambi i personaggi sul palco. Lo spettacolo non racconta una storia unica, ma tessere di un mosaico che potrebbero combaciare, frammenti di vite vomitati in due monologhi coinvolgenti. Un uomo e una donna che s’alternano sul palcoscenico senza mai incontrarsi, che si scambiano un unico e intenso sguardo solo sul finale. 

stefano

Appartengono a città diverse e svolgono mestieri diversi, Stefano (Fabio Troiano) vive a Lampedusa ed è costretto a sopravvivere, ripescando i corpi degli annegati, Denise (Donatella Finocchiaro) abita in una Brianza non meglio precisata e si occupa di recuperare i crediti di una società finanziaria. E quando non ci riesce chiama l'ufficiale giudiziario per il sequestro. Eppure ci sono elementi simili nelle loro storie apparentemente diverse, per cominciare entrambi fanno lavori che nessuno vorrebbe fare e sono giornalmente a contatto con la miseria degli ultimi.

Stefano introduce immediatamente lo spettatore nella sua vita, racconta con orgoglio di come “il Mediterraneo ha partorito il mondo”, del suo essere pescatore da generazioni, di come questa tranquilla attività familiare sia stata sostituita da un mestiere più redditizio. “Il Mediterraneo è morto, pesci non ce ne sono più, io pesco tutt’altro” e in una sola parola sottende tutto l’orrore di recuperare cadaveri. E li racconta minuziosamente tutti quei morti, un insieme di macchie scure sul mare, vittime dei numerosi naufragi dei barconi che solcano il Mar Mediterraneo. Ci sono quelli gonfi d’acqua e quelli a testa in giù, con il viso, gli occhi e le dita mangiati dai pesci. Ci sono quelli conservati dalle correnti fredde, che quando sono issati a bordo hanno la pelle untuosa che scivola tra le dita e si sfalda. E quelli “che galleggiano come se stessero prendendo il sole, sono i peggiori, perché sono i più umani”.

denise

Stefano non riesce a rassegnarsi all’indifferenza di tutto quell’orrore disumanizzante e inveisce dapprima contro i migranti: “Perché vengono tutti questi migranti? Non sanno che l’Europa è fottuta? Che l’Italia è doppiamente fottuta? E che il sud Italia è tre volte fottuto?” Riconosce con apatica indolenza che il numero impressionante dei morti è il tributo che bisogna pagare all’incapacità di gestire i continui flussi di immigrazione, che la politica usa quei morti come deterrente. Un deterrente che non può sortire alcuna efficacia: “Non è che loro il pericolo non lo conoscono, hanno la televisione, ma quello da cui fuggono è ancora peggio”.

Il racconto di Denise è senz’altro meno tragico, ma non certo meno problematico. La donna sembra non provare alcuna empatia verso le persone a cui richiede con aggressività la restituzione dei prestiti a nome della società per cui lavora. “Se non hai i soldi non compri”, dichiara sprezzantemente a chiunque cerchi di impietosirla, una logica di una freddezza ineccepibile. Denise è un’immigrata di seconda generazione, nata in Italia da madre italiana, ma non vive la sua condizione con la gioia di possedere un doppio patrimonio culturale, al contrario risente della sensazione avvilente di sentirsi costantemente non accettata fino in fondo. Sin da piccola ha subito piccoli atti di razzismo che l’hanno indurita, “i figli di papà hanno cominciato a pensare che il razzismo sia libertà d’espressione”.

donatella finocchiaro

Probabilmente utilizza il marcato accento milanese, come uno scudo difensivo al suo sentirsi straniera. Oltre alle sue personali angosce, Denise deve fare i conti anche con una madre malata, dalle limitate capacità lavorative. La donna si trova così costretta a lottare per garantirle una pensione e nel suo racconto a sprazzi - urlato e cinico - rivela, senza mezzi termini, i meccanismi perfidi di una società che cerca il minimo pretesto per privare la gente dei benefici che sarebbero loro dovuti.

In questo ritratto di una società sempre più difficile e poco confortante, “lo sport nazionale è il pessimismo” dichiara Stefano in uno dei suoi interventi, Anders Lustgarten riesce ad introdurre il sentimento della speranza. Per entrambi i protagonisti la speranza ha le fattezze di un nuovo amico, anche se entrambi provano un’iniziale diffidenza verso una gentilezza inaspettata. “Ma perché la gente è gentile?” si domanda Denise quasi con rabbia, quando si rende conto che la gentilezza è capace di scuotere le più ostinate convinzioni. Per Stefano a determinare la ribellione alle decisioni imposte dall’alto è l’incontro casuale con un meccanico del Mali che bazzica il porto e sorride sempre. Invece, per Denise, è la complicità imprevista che si istaura con una ragazza madre portoghese piena di debiti, che riesce a infonderle la forza necessaria per cambiare vita.

fabio troiano

L’ultimo monologo di Stefano è di una intensità emotiva che toglie il respiro, Fabio Troiano con una recitazione appassionata e concitata ricrea nella mente dello spettatore le immagini angoscianti di un naufragio. L’uomo si muove dal porto prima di ottenere l’autorizzazione al salvataggio, la moglie del suo nuovo amico è su quella barca di disperati che sta in mezzo al mare e Stefano è assolutamente deciso a portarla sulla terraferma, in un modo o nell'altro. E questa volta nel trarre i morti a bordo, Stefano riconosce in ognuno di loro la faccia del suo amico. L’umanità, che ha fatto capolino da un gesto inaspettato di gentilezza, ha squarciato il velo e rivela tutto il suo potere salvifico.

"Lampedusa" è un pugno nella pancia dei pregiudizi, nella corta memoria di chi ha dimenticato (o finge di) l'esodo italiano dalla Venezia Giulia e Dalmazia, i viaggi della speranza in Francia e le miniere in Belgio, e potremmo continuare con molti altri esempi di memoria recente o passata. "Lampedusa" è come un faro illuminato nel mare dell'indifferenza, serve a guidare nel porto della consapevolezza la barca, o il gommone, della solidarietà umana, per chi - come Stefano - ancora ce l'ha. Per tutti questi motivi "Lampedusa" va visto ed applaudito, non solo come curatissimo spettacolo teatrale, ma anche perché - attraverso il suono delle mani che battono - ci si renda conto che essere "umani" è una necessità di vita e non un optional.

donatella finocchiaro

Cast artistico: Fabio Troiano e Donatella Finocchiaro. Adattamento e regia: Gianpiero Borgia. Visto al Teatro Caffeina di Viterbo.

(recensione di Stefania Ioime / foto di Luciano Lattanzi - tutti i diritti riservati)

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