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E' più assurdo l'assurdo teatrale o la cronaca dell'assurdo reale?

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Una sala completamente spoglia (il Teatro Unione di Viterbo) accoglie Io, mia moglie e il miracolo, testo scritto e diretto da Gianni Vastarella, messo in scena nell'ambito della rassegna Quartieri dell'Arte

RECENSIONE - La scena è vuota, non ci sono quinte, non ci sono luci, non ci sono scenografie. Sul palcoscenico non c'è nulla che possa ingentilire il racconto, mitigare la potenza della parola, la violenza degli atteggiamenti che non vengono esplicitati, ma solo fatti intuire. Il testo che i 6 attori interpretano ruota attorno all'apparente normalità di un piccolo nucleo familiare, composta da padre (Gianni Vastarella), madre (una bravissima Valeria Pollice), la figlia e la propria "lavatrice".

madre - guaritore - padre

La bimba è a scuola - in forma permanente, perché selezionata per un orario sperimentale - da 3 settimane, la madre si interroga sulla sua assenza, mentre il padre - fobico - cerca di rassicurarla. Attorno a loro ruotano gli altri protagonisti della vicenda: lo sceriffo feticista (Emanuele Valenti), una prostituta disincantata (Giuseppina Cervizzi), un quarantenne mai cresciuto (un Vincenzo Nemolato dalla grande espressività) che ha sostituito la coperta di Linus con l'involucro di un lecca lecca. Elemento di disturbo della quotidianità del microcosmo - che potrebbe tranquillamente essere il quartiere di una metropoli dove tutti si ignorano o il piccolo borgo dove tutti conoscono l'esistenza di tutti - un estraneo, un guaritore (Christian Giroso) capace di riportare in vita oggetti e persone. Riuscirà, grazie alle proprie intuizioni, a far capire cosa sia successo e dove sia la bambina? 

guaritore

A distanza di 67 anni da La grande magia di Eduardo De Filippo, un altro autore, contemporaneo, sembra volersi cimentare con il tema della scomparsa, spostando l'asse dell'attenzione scenica dall'adulto alla bambina, ritrovandosi così - totalmente incolpevole, visto che il testo è stato realizzato nel 2015 - a cavalcare le assurdità reali della cronaca che travolgono e superano ogni forma di fantasia, scenica e drammaturgica. La sensazione che prevale nello spettatore è quella di un totale disorientamento. A chi assiste viene (non) chiesto uno sforzo di partecipazione, nel tentativo di dare un senso logico a quanto sta avvenendo sul palco. Ma è poi così necessario? La scena vuota, senza nessun oggetto e nessun riferimento al reale, è già tragicamente chiarificatrice di quel senso di vuoto che tutto circonda ed opprime, fino a creare la totale assuefazione.

guaritore - madre

Tutto viene mimato e conseguentemente immaginato da chi guarda. I personaggi si muovono in una sorta di non-luogo sospeso, un altrove dai tratti onirici e irreali. Anche gli eventi narrati sono privi di una concatenazione logica tradizionale, sono legati fra loro in un modo quasi casuale. I quadri scenici si susseguono imbastendo la trama della vita che, troppo spesso e in forma totalmente stereotipata, insegue senza mai raggiungere "il senso" (da rivedere ed eventualmente rivalutare l'interrogativo cinematografico in merito dei Monty Python nel 1983).

lavatrice

Ogni personaggio ha tratti singolari, un aspetto caratterizzante e mescola il tragico con il comico. Sono tutti macchiette - a cominciare da ciò che indossano - e marionette che si muovono in modo meccanico, preda sempre e solo del proprio animo monocorde. La loro fisicità, il loro modo di muoversi e di parlare rende ognuno unico ed inequivocabile. Fondamentale il ruolo rivestito da un oggetto che diventa idea fissa, una vera e propria ossessione, ma anche un’ancora di salvezza nella fluidità del mondo privo di punti di riferimento: la lavatrice lo è per il padre, la scarpa per lo sceriffo, il bastoncino di plastica per il quarantenne, il denaro per la prostituta. L'unico personaggio fuori dal coro, senza oggetto a cui attaccarsi, è la madre, che è invece legata alla figlia ed è l'unica in grado di provare un "normale" sentimento.

quarantenne

I dialoghi sono la struttura di base di tutta l’opera, l’unico elemento “tangibile” che fa da guida, mancando totalmente la scenografia. Dialoghi serrati che ricorrono alle tante ripetizioni che caratterizzano ulteriormente i personaggi. Alcune volte monotoni, monocordi, piatti, altre invece fortemente intensi e drammatici, grazie anche all'uso di suoni onomatopeici. Lo spettatore viene trasportato costantemente ed improvvisamente dal comico al tragico in modo quasi violento tanto è repentino. La risata è forzata, più per alleggerire il contesto cupo o per liberare chi assiste che per una mera volontà della scrittura.

sceriffo - padre

Il lungo applauso che chiude il lavoro degli attori sottolinea ed amplifica il concetto della finzione, si può tornare alla realtà, dove è sempre possibile il riscatto finale, dove il miracolo può sempre avvenire. A patto, però, una volta usciti dalla sala teatrale e tornati a casa, di non accendere la televisione: scorrendo tra i canali è praticamente impossibile non imbattersi in un "approfondimento" di cronaca, a quel punto qualsiasi esasperazione scenica non può che essere preferibile.

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