media & sipario - "Cara Professoressa" è uno scontro teatral-generazionale dai contorni oscuri

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"Cara Professoressa" è uno scontro teatral-generazionale dai contorni oscuri

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Il testo di Ljudmila Razumovskaja, con la regia di Andrea Bizzarri, è la proposta drammaturgica della Nuova Compagnia dei Giovani diretta da Marco Cavallaro

RECENSIONE - Quante volte, da adulti, si rimpiangono gli anni della gioventù, quei momenti in cui la minima difficoltà sembra insormontabile ma che, con il senno di poi, non è nulla, se confrontata con quello che ci aspetta dopo, una volta varcate le soglie dell’adolescenza? È il periodo dei primi amori, dell’ansia per un’interrogazione, dell’affetto inconfessabile che, a volte, si prova per un insegnante che spicca sugli altri per passione e dedizione. E poi c’è l’esame di maturità, terrore di tutti e prima grande prova di accesso per la vita adulta, anticamera di scelte fondamentali, capaci di indirizzare il futuro. È proprio alla vigilia di questo passaggio, carico di tensioni ed aspettative, che si svolge "Cara professoressa", diretto da Andrea Bizzarri.

Quattro studenti, facce pulite e capaci di catturare da subito la simpatia del pubblico, si presentano alla porta della loro professoressa di matematica il giorno del suo compleanno, per farle un regalo e passare con lei quelli che saranno i loro ultimi momenti di spensieratezza, in tanti sensi diversi. L’inizio dello spettacolo è quello tipico di una commedia leggera, nella quale le battute e i momenti di confronto fra due generazioni così differenti si alternano, andando a comporre un puzzle che appare essere chiaro sin da subito. Già dai primi scambi, sembra di assistere al seguito di Breakfast Club (di John Hughes, 1985), un seguito nel quale questi ragazzi tanto diversi fra loro, rappresentazione di alcuni stereotipi adolescenziali, si trovano a condividere questo momento così importante delle loro vite.

sotto la finestra

Luna e Giulio sono la coppia perfetta, giovani e belli, convinti di avere il mondo ai propri piedi. Valerio è il tipico ragazzo di buona famiglia, con ottimi voti e il futuro già scritto, per nulla preoccupato dall'esame che lo attende. E poi c’è Vito, insicuro, a cui piace bere, bersaglio delle prese in giro degli altri, di cui non sembra minimamente curarsi. L’imbarazzo della professoressa (Giovanna Centamore), trova il suo corrispettivo in quello provato dagli studenti che, per quanto abbiano la sicumera tipica dei diciottenni, mostrano a fasi alterne le loro paure e fragilità, ancor più palesi in un ambiente così inusuale per loro come può essere la casa di una figura di potere. Ma quello esercitato dalla donna sui quattro ragazzi è un potere che piano piano si scioglie, annacquato dalla situazione informale in cui i personaggi si vengono a trovare. Non più l’aula scolastica ma le accoglienti mura domestiche.

Con il passare del tempo i rapporti di forza fra la donna ed i ragazzi iniziano a mutare, diventando lentamente altro. Le parole dei giovani studenti diventano più dure, lasciando da parte il rispetto inizialmente mostrato per l'insegnante preferita. Vito (Giuseppe Vancheri) perde il controllo di sé stesso, andando a bere ogni goccia d’alcool che trova in casa, mentre Giulio e Luna (Valerio Ribeca e Francesca Verrelli) dimostrano di non essere una coppia poi così perfetta. Cadono tutte le maschere, i ragazzi si mostrano per quello che sono davvero, facendo vedere i volti che durante le ore scolastiche si premurano di tenere ben nascosti. Valerio (Giovanni Nasta) dimostra di tenere tutti i suoi compagni sotto scacco, esercitando un carisma che gli permette di influenzarne le scelte. Si rovescia gradualmente tutto ciò che era stato dato per assodato in partenza e la donna, la figura di potere, viene messa in un angolo, mentre i giovani, moderni Robespierre circondati da un’ombra difficile da decifrare, appaiono sempre più forti ed inarrestabili. Anche la personalità dell'ebbro e debole Vito appare ammantata, proseguendo nel racconto, di una luce grottesca che di comico non ha nulla, influenzata dagli eventi.

cara professoressa

Andrea Bizzarri ha portato in scena il testo, adattato da Francesca Zanni, mutuandolo dalla Russia sovietica, in cui lo aveva ambientato l’autrice Ljudmila Razumovskaja, dirigendo egregiamente una compagnia formata prevalentemente da giovani attori (non a caso il nome scelto dal gruppo è La Compagnia dei Giovani, nomen omen). L’unica figura di solida esperienza è quella di Giovanna Centamore, che fa da traino ai compagni di palcoscenico, riuscendo a dare una direzione al tono dello spettacolo a cui gli altri - prima per affiancamento e poi per opposizione - si accodano. I quattro ragazzi, dal canto loro, dimostrano di avere già un’invidiabile padronanza del palco, riuscendo a reggere tutto lo spazio a loro disposizione. In alcuni passaggi le motivazioni che influenzano le azioni dei personaggi peccano di leggera ingenuità e avrebbero forse meritato un approfondimento psicologico più marcato, per trascinare lo spettatore nel buio con ancora più forza, in ogni caso, quello visto al Teatro de’ Servi di Roma è un gruppo ben amalgamato, che è riuscito a trasmettere tutte le varie sfumature di tono e di emozioni attraverso cui passano i personaggi.

Molto interessante anche la resa scenografica, con la suddivisione dell’area scenica in due parti, le due stanze in cui si svolgono i fatti, distanti fra loro eppure così vicine. Il telo trasparente che separa la sala da pranzo dalla cucina funge anche da separazione fra luce e ombra. Dietro a questa parete fittizia, infatti, che lascia intravedere poco più che le sagome dei vari personaggi che vi recitano dietro, vengono prese tutte le decisioni che poi verranno attuate. Lo spettatore si trova in questo modo ad assistere ai vari passaggi che porteranno, pezzo dopo pezzo, alla distruzione dei rapporti antecedenti alla messa in scena, sino ad arrivare all'esplosione finale.

giovanna centamore

Ciò che prende vita all'apertura del sipario è un gioco senza freni di contrapposizioni in lotta continua fra di loro. Il confronto fra due generazioni così diverse, fra valori che non sono minimamente paragonabili, fra un prima ed un dopo, un alternarsi di forze e fragilità in capo anche agli stessi personaggi, fra cosa sia giusto e cosa sbagliato. Tante divergenze che convergono verso una stessa direzione. Le uniche due figure costantemente fedeli a sé stesse sono quelle che si pongono agli antipodi l’una dell’altra, la "professoressa" e Valerio, che fanno ciò che fanno per una profonda convinzione personale, apparentemente incrollabile e per nulla influenzata da scelte materiali o di convenienza. In mezzo a loro, tutti gli altri.

Uno spettacolo potente, diretto ed interpretato prestando attenzione a tutti i particolari, capace di colpire ripetutamente lo spettatore allo stomaco. Non c’è assoluzione e non c’è perdono, solo la consapevolezza primordiale di ciò che si è e che invece si vorrebbe essere, e di quel “cara professoressa”, pronunciato all’inizio da uno degli studenti, non resta più nulla se non una pallida eco.

gli studenti

CARA PROFESSORESSA di Ljudmila Razumovskaja. Traduzione: Valerio Piccolo. Adattamento: Francesca Zanni. Cast artistico: Giovanna Centamore, Valerio Ribeca, Giovanni Nasta, Giuseppe Vancheri, Francesca Verrelli. Regia: Andrea Bizzarri. Costumi: Marco Maria Della Vecchia. Scena: Lollo Zollo Art. Aiuto regia: Peppe Spezia. Aiuto di scena: Teresa Calabrese. Produzione esecutiva: Lisa Bizzotto. Prodotto da Marco Cavallaro e coprodotto da Progetto Goldstein - La Bilancia Produzioni.

(articolo e foto di Andrea Ardone - riproduzione non consentita)

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