media & sipario - Per la “Classe operaia”, a teatro, sono “tempi moderni”

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Per la “Classe operaia”, a teatro, sono “tempi moderni”

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Il mondo sociale ci sembra allora naturale come la natura, esso che si regge solo sulla magia. Non è forse veramente un edificio di incantesimi, questo sistema che poggia su scritture, promesse mantenute... tutte pure finzioni? - Paul Valery

RECENSIONE – Il turno sul luogo di lavoro comincia alle ore 21 circa e termina poco dopo la mezzanotte. Pronti ad affrontare un impegno concettuale e corporeo che terminerà con la realizzazione di un “manufatto” immateriale ma di grande peso e spessore.

Il turno lavorativo in questione non si svolge in una fabbrica qualsiasi (anche se poeticamente potremmo definirla una “Fabbrica dei Sogni”), bensì sul palcoscenico di una sala, in questo caso il Teatro Storchi di Modena, e i lavoratori sono gli “operai del Teatro” di Emilia Romagna Teatro Fondazione. Questa l’introduzione che potremmo fare alla pièce, “La classe operaia va in paradiso”, liberamente tratta dal film omonimo di Elio Petri e Ugo Pirro del 1971, che comincia in questa stagione una lunga tournée in Italia. Il testo è di Paolo Di Paolo, la regia di Claudio Longhi.

cast artistico

Nel film del 1971 - con Gianmaria Volontè, Salvo Randone e Mariangela Melato - veniva affrontato il problema della coscienza di classe, dell’alienazione dell’uomo che diventava, con il lavoro a cottimo, un’estensione tale della macchina da non riuscire - una volta fuori dal turno - a riprendere una propria coscienza di vita. Un tema difficile, affrontato attraverso uno sguardo freddo, frenetico (come il lavoro a cottimo) e una fotografia dalla dominante bluastra, che sottolinea la non connessione con la realtà. Un tema già affrontato, senza la forte caratteristica politica del binomio Petri-Volontè, dal diversissimo “Tempi moderni” (1936) di Charlie Chaplin.

In questa trasposizione teatrale si offre una chiave di lettura ancora diversa, il Lulù Massa teatrale è interpretato da Lino Guanciale. E’ l’operaio-macchina per eccellenza, sul quale i “padroni” stabiliscono i tempi di lavorazione da imporre agli altri operai, che quindi lo vedono come il "leccapiedi" che rovina loro il lavoro. Ma Lulù in realtà non vuole tanto inimicarsi i colleghi, quanto concentrarsi sul lavoro per ottenere il guadagno che gli permette di mantenere la nuova compagna Lidia (Diana Manea) e passare gli alimenti alla ex moglie e al figlio. Fuori dai cancelli della fabbrica studenti universitari si battono per quelle che credono essere le proprie idee politiche, per la libertà dalla schiavitù delle catene dell’ingranaggio parallelamente ai sindacati che, complice un incidente sul lavoro di cui è vittima proprio Lulù, cominciano una battaglia di “classe”.

lidia

Di Paolo e Longhi, insieme a tutto il cast, operano una rilettura antropologica del film, in chiave metalinguistica e metateatrale in senso cinematografico. Riportano, a distanza di oltre 40 anni, sulla scena Massa, ma portano anche la genesi del film, compreso il giudizio di critica e pubblico, sia all’uscita negli anni ’70 che ora. La contaminazione storica “abbraccia” diverse cadenze linguistiche, si occupa del problema del lavoro, anche attuale, si vestono letteralmente i panni di diversi archetipi di lavoratori, dal primo dopoguerra al ’68. Si passa dalla recessione alla ripresa, dall’operaio all’interinale, fino all'operatore del call center - simbolo del giovane di oggi, ma anche del "Massa" degli anni ’70 -  che non sa per “chi” lavora, conoscendo solo il brand che di volta in volta, di telefonata in telefonata, rappresenta.

La musica di Ennio Morricone - la "marcetta" che prende il passo dal martellante rumore dell’ingranaggio - è contaminata con Antonio Vivaldi, ma anche da musiche e arrangiamenti originali di Filippo Zattini e da canzoni interpretate da Simone Tangolo che - moderno menestrello - canta le gesta e i pensieri dei protagonisti in intermezzi musicali che suscitano un sorriso e una riflessione, non sempre consapevole.

lulù

Gli interni - della fabbrica, dell’appartamento di Massa o dell’ospedale - sono realizzati da Guia Buzzi con arredi semovibili. Grazie ad un nastro trasportatore che muove oggetti, ma anche esseri umani (maggiore identificazione tra uomo/macchina e carne/oggetto), sembra effettivamente di essere davanti ad una catena di montaggio, dove le persone “passano” gran parte della loro giornata, adesso come negli anni ’70. Un trabattello di grande dimensioni funge nel contempo da separazione tra tempi e ambienti, ma anche da “pulpito” per dichiarare intenti, idee e proposte. Lo spazio teatrale è utilizzato in toto: gli attori si spostano dal palcoscenico alla platea, per enfatizzare ingressi o punti di vista sulla messa in scena (cinematografica o teatrale), “spuntano” vicino al pubblico che ne rimane piacevolmente stupito.

Guanciale è un Lulù Massa estremamente convincente: guarda all'interpretazione di Volontè facendone propria la fisicità e il dialetto lombardo, vestendone la tuta da lavoro e gli atteggiamenti. Non è una mera copia, ma rende un omaggio calibrato e godile, trasformato da una propria rilettura dell'opera cinematografica che diventa, al pari di una letteraria o teatrale, un pezzo di memoria storica nazionale. Si opera una efficace riflessione, nella consapevolezza che, tanto adesso come allora, siamo consumatori e non protagonisti della "produzione". Conosciuto al grande pubblico (soprattutto femminile) per le fiction degli ultimi anni, Lino Guanciale dimostra ancora una volta il solido background teatrale che ha alle spalle. Lo stesso vale per Diana Manea che interpreta una Mariangela Melato (dovremmo citare Lidia, ma non si riesce a scindere personaggio da attrice) estremamente vicina a quella originale.

elio pietri

Pur mettendo in risalto per motivi di sceneggiatura - tre personaggi e conseguentemente tre attori - i Guanciale e Manea già citati e Donatella Allegro (Adalgisa), come spesso accade nei progetti di produzione ERT, il lavoro attoriale risulta estremamente bilanciato fra tutti gli artisti in scena, che prendono meritatamente applausi. Nicola Bortolotti, per citarne uno su tutti, è un Petri preciso e pignolo, quasi “pedante”, ma è così che ci si immagina essere stato il regista durante la lavorazione del film. Tutti, nessuno escluso, hanno approcciato al testo con sensibilità e delicatezza. In un breve scambio di battute, il cast ci ha raccontato di essersi accostato all'opera originale con l'umiltà, intelligente (aggiungiamo), derivante dal tema. Differentemente da un testo di Shakespeare, anche raccontando vicende "lontane", il periodo in esame è sufficientemente vicino da poter essere stato vissuto da qualcuno, magari seduto in platea.

Il risultato è un lucido documento, un lavoro di teatro-politica, non solo di un’epoca ma di molte. E' l’analisi quasi fotografica di un mondo che, seppur “spazzato” via (ma ne siamo sicuri?), dà modo di ragionare su cosa sia l’Italia di oggi. Parlarne attraverso un film degli anni ‘70 dà l’opportunità agli autori, agli attori e al pubblico di vedere meglio ciò che sta succedendo ora, attraverso la rilettura del passato o guardando ad esso dalla distanza, perché, per dirla come Bertold Brecht, “per vedere bene le cose è meglio guardarle da lontano”

scenografia

Cast artistico: Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell'Utri, Simone Francia, Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, Filippo Zattini. Durata dello spettacolo: quasi tre ore compreso intervallo.

(recensione di Beatrice Ceci / foto di Giuseppe Distefano - tutti i diritti riservati)

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