media & sipario - Da "Il Vangelo di Tijuana" un messaggio di completa assenza di vita e speranza

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Da "Il Vangelo di Tijuana" un messaggio di completa assenza di vita e speranza

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Non avrai altro Dio all'infuori di me, spesso mi ha fatto pensare: genti diverse venute dall'est dicevan che in fondo era uguale. Credevano a un altro diverso da te e non mi hanno fatto del male - Fabrizio De André, 1970

RECENSIONE - Sobborghi di Tijana, Messico, ad un passo dal confine con gli Stati Uniti, mancano ancora 11 anni a quel martedì 11 settembre che contribuirà a mettere ancora di più religione contro religione, a torto o ragione, probabilmente solo torto. Jesus (Giacomo de Rose) vive qui in una baracca, da dove coordina il suo traffico di stupefacenti. Jesus è messicano, ma di origini israeliane, ma è soprattutto convinto di essere la terza reincarnazione di Cristo, malgrado il "lavoro" che fa, l'assurdità di pensiero ("Dio va assunto a piccole dosi come l'eroina") e la violenza che esercita, soprattutto contro la sua compagna Nancy (Elisabetta Angelin), una ragazza francese, sbandata come Jesus, che acconsente a gestire anche attraverso il sesso la propria sindrome di Stoccolma, accompagnandosi comunque con buone dosi di alcool e stupefacenti.

nancy e jesus

La coppia è in attesa dell'arrivo di un altro trafficante con il quale concludere la vendita di una partita di eroina. L'uomo atteso è un sudafricano, si chiama Babu (Dimitri D'Urbano), veste in forma (caricaturale) ottocentesca e si fa accompagnare dalla sorella Lisavet (Michela Tebi), anche la ragazza sembra essere uscita da un romanzo d'appendice, con il suo abitino a fiori, borsa abbinata e ombrellino. Babu si presenta come esperto di fisica quantistica e Lisavet come nota poetessa. Malgrado le particolarità caratteriali dei partecipanti, l'incontro d'affari potrebbe concludersi velocemente, se non succedesse che - fortuitamente - Jesus dichiari la propria appartenenza alla "sua" forma di fede cristiana e l'altro trafficante controbatta dicendo che ha come regola quella di non fare affari con i credenti ("Meglio morire di overdose che vivere da infedele"). Per superare l'impasse Nancy fa una proposta e tutti accettano di "giocare" alla roulette russa.

lisavet

Due amanti (ma solo perché condividono violentemente lo stesso letto, l'amore è sicuramente altrove), due consanguinei (fratello e sorella, ma anche qui l'affetto è altrove), due pistole e, in totale, 16 proiettili che escono dalle canne ad una velocità di 600 metri al secondo: sono queste le uniche certezze - cabalistiche - che possono essere messe in scena dal testo che Gianluca Giaquinto ha scritto per la Compagnia Oneiron e che abbiamo visto al Teatro Trastevere di Roma. Muovendosi tra drammaturgia classica, influenze di cinema pulp (Quentin Tarantino ha veramente segnato i gusti artistici di almeno un paio di generazioni) e contaminazioni di Charles Bukowski, che non guastano mai, "Il Vangelo di Tijuana" mostra non dei perdenti nella vita (in stile "Amore Tossico" di Claudio Caligari, 1983, o "Trainspotting" di Danny Boyle, 1996), ma degli "assenti" dalla vita, principalmente perché i quattro non sono minimamente interessati all'argomento.

jesus minaccia babu

In quella che poteva essere una normale trattativa tra delinquenti, in uno dei tanti luoghi del pianeta dove da tempo la legalità non mette più piede preferendo ignorarne l'esistenza, l'ingresso prepotente e deviato di una falsa forma di religione mischia tutte le carte in tavola, per poi evolversi nel gioco mortale. In questo caso specifico, differentemente dalla più celebre roulette russa del cinema ("Il cacciatore" di Michael Cimino, 1978) non ci si presta alla prova con la speranza di sopravvivere, tutt'altro. "Se l'amore non ci salva dalla morte, almeno che la morte ci salvi dalla vita" è lo scopo ultimo dei quattro giocatori, preferiscono disfarsi della vita cui nulla chiedono e a cui nulla vogliono dare. Anche la sensualità che viene fortemente espressa dai due personaggi femminili non ha in sé la minima traccia di "amore", fa solo parte di una delle molteplici forme con cui manifestano la loro violenza, rivolta prima di tutto contro se stesse.

nancy

Quattro buoni interpreti alle prese con un testo difficile (forse appena da ridurre per mantenere costante l'azione, ma poca cosa), un racconto che mette in scena la complessa "convivenza" non di disperati, ma di "anime" sole, che non hanno nessuna speranza di "resurrezione" e nessuna speranza di "salvezza". Ma non si tratta di perdenti, visto che solo chi possiede "qualcosa" può perderla: i protagonisti non hanno e non vogliono nulla, solo continuare a far girare il tamburo della loro pistola, fino al "bang" definitivo. E anche questa è, per loro, una forma di libertà, anche se portata all'estremo.

il birindisi

IL VANGELO DI TIJUANA ideato e scritto da Gianluca Giaquinto. Regia: Riccardo Maggi. Cast artistico: Giacomo De Rose, Dimitri D'Urbano, Elisabetta Angelin, Michela Tebi. Musiche: Alessandro Rebesani. Aiuto regia: Michela Tebi. Lo spettacolo è stato dedicato a Domenico Bisazza.

(articolo e foto di Luciano Lattanzi - riproduzione non consentita)

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