media & sipario - Il "Cantico dei Cantici" mixa perfettamente poesia antica con suoni contemporanei

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Il "Cantico dei Cantici" mixa perfettamente poesia antica con suoni contemporanei

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Un’antichissima poesia contenuta nella Bibbia ebraica. Parole senza tempo che ogni amante ha ripetuto e ripete da millenni, perché l’amore mette sulla bocca degli innamorati le stesse frasi suadenti e lo stesso desiderio

RECENSIONE - Il pubblico entra nella sala del Teatro Francigena di Capranica per l'ultimo appuntamento del primo cartellone della sala viterbese. Al centro del palco c’è una panchina sulla quale sonnecchia qualcuno, è un uomo infagottato in un lungo pastrano che, immobile, continua a dormire incurante del brusio della gente.

cabina

Appena le luci si spengono l’uomo si risveglia, i suoi abiti non appartengono a nessun periodo storico, potrebbe essere collocato in un passato remoto oppure in un’era post atomica, è una sorta di viaggiatore del tempo, perché senza collocazione temporale saranno le sue parole. Ha gli occhi pesantemente bistrati di nero, indossa una parrucca scapigliata, porta gli occhiali da sole e ha cuffie da disc-jockey sulle orecchie. Immediato l’accostamento mentale con il cantante rock interpretato da Sean Penn nel film di Paolo Sorrentino “This Must Be the Place”. E come il cantante rock del film, scopriremo che ha vissuto momenti irripetibili che ricerca disperatamente, con l’ossessione di chi ha perduto il meglio che la vita gli ha concesso. Alle spalle della panchina c’è la consolle di uno studio radiofonico, si accende la spia rossa ON AIR e l’uomo comincia a parlare lentamente al microfono, ha una voce distaccata, quasi metallica, con tono freddo e impersonale recita i versi iniziali del Cantico dei Cantici come se stesse facendo una dedica radiofonica. Una delle tante.

roberto latini

Nella sala risuona "Every You Every Me" dei Placebo. E non poteva esserci brano più appropriato, perché è già preludio della storia universale che Roberto Latini vivrà (e il termine non è scelto a caso) sul palco. Un brano che parla di amori facili, amori superficiali e forse un po’ stupidi. Amori che sembrano mandati dal cielo, nomi incisi sulla pelle, indelebili, ma che inevitabilmente a un certo punto si spengono e diventano un veleno che consuma. Mentre la bellissima canzone dei Placebo invade lo spazio, l’uomo si toglie le cuffie, al gesto corrisponde una subitanea riduzione del volume musicale, questo espediente tecnico, più volte ripetuto, permette allo spettatore di immedesimarsi nelle sensazioni percettive che prova l’attore, come se sentisse con le sue stesse orecchie, come se fosse lui. Roberto Latini conduce lo spettatore in un sofferto percorso “sentimentale”, comune e condivisibile da tutti.

il cantico dei cantici

Un percorso che attraversa tutte le fasi dell’amore, si passa dal primo momento in cui si manifesta, come un fulmine a ciel sereno, al dirompente desiderio fisico. Dalla sofferenza per il rifiuto, al rimpianto struggente. Dal ricordo ossessivo, alla dolcezza dei primi baci. Non c’è un ordine cronologico preciso, le parole del Cantico sono ripetute più volte, la voce spesso si sovrappone come in un gioco di specchi, Latini mischia le strofe della poesia per restituirci solo la semplicità universale delle parole d’amore. E a fare da contraltare musicale le belle composizioni originali di Gianluca Misiti: suoni contemporanei che si miscelano perfettamente a liriche risalenti al X secolo a.C., senza la minima avvisaglia della distanza temporale. Il Cantico viene privato di tutto il substrato religioso di cui è pervaso, di tutte le interpretazioni bibliche in cui è stato ingabbiato, fino a diventare esattamente ciò che doveva essere: un inno dell’amore carnale e passionale, un "sentimento" illusorio destinato a lasciare ferite profonde e insanabili, ma nello stesso tempo, anche se appare contraddittoria la definizione, l’unica salvezza possibile per l’uomo, "perché forte come l’amore è la morte".

il cantico dei cantici

Un’incredibile prova attoriale, sicuramente uno spettacolo complesso e inusuale (premiato con l'Ubu), dotato di una recitazione che inizia in sordina e diventa sempre più convulsa, sensuale e appassionata, in un crescendo straordinario sia per la voce che assume toni potenti e disperati, sia per l’impegno fisico. Roberto Latini rende perfettamente un uomo ossessionato dall’amore perduto, "Il tuo amore mi stravolge la mente", riesce a far percepire l’assenza dell’altro, la voglia e il bisogno di sentire la voce amata che resta sospesa nel telefono muto.

ringraziamenti finali

Sul finale stremato dalle fatiche di un amplesso, l’uomo torna a sedersi sulla panchina e si libera del pastrano e della parrucca, svelando il suo vero volto, l'anima più nuda e vulnerabile. La musica di Ennio Morricone (assieme ai Placebo, l'unico innesto sonoro non originale) accompagna l’audio della giovane Deborah che rifiuta per la prima volta il suo Noodles di “C’era una volta in America” (1984, di Sergio Leone). La voce femminile ripete convulsamente "Che peccato!". Ma il vero peccato sarebbe stato non aver visto questo canto universale dell’amore perduto.

ringraziamenti finali

Cast artistico: Roberto Latini. Musiche e suoni: Gianluca Misiti. Produzione: Fortebraccio Teatro / media & sipario, a conclusione della stagione teatrale, ringrazia per la cortese collaborazione Fabio Galadini (direttore artistico del Teatro Francigena) e Silvia Valentini (assessore dell'amministrazione comunale di Capranica).

(articolo di Stefania De Fonzo / foto di Luciano Lattanzi - tutti i diritti riservati)

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