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Il paradosso pirandelliano: i sei personaggi sono in costante (ri)cerca di un autore

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La scrittura drammaturgica di Luigi Pirandello, classificato fino ad oggi come autore "moderno", si sta trasformando sempre di più in classico, al pari di Molière, Carlo Goldoni, William Shakespeare

RECENSIONE - Il sipario è aperto su un palco. Ed è cosa normale, considerando che ci troviamo in un teatro e sta per iniziare una rappresentazione. La particolarità - per chi non avesse mai assistito all'espediente del metateatro - è che sul palco per il pubblico è allestito un "altro" spazio scenico in una sorta di matrioska.

Sulla scena ci sono sedie, una vasca da bagno, tinozza metallica di altri tempi, uno stand con diversi abiti appesi, le "americane" con le luci, sullo sfondo attrezzistica, drappi appesi, locandine, una scala. Alla spicciolata cominciano ad entrare, uno alla volta, gli attori della compagine impegnata nelle prove di quanto dovrà essere rappresentato di lì a cinque giorni. Ogni attore, come succede spesso, si lamenta di qualcosa: di non avere il costume giusto per raccontare un "femminicidio", di non avere ancora il monologo pronto, di non non aver provato abbastanza da solo o con i compagni. Il loro regista cerca di tranquillizzarli e nel contempo di guidarli verso la prova, dettando al suo assistente appunti e idee estemporanee per far avanzare la realizzazione dello spettacolo. Improvvisamente, quasi dal fondale, entrano sulla scena sei figure enigmatiche, vestite di scuro, che apostrofano gli attori e soprattutto il regista, chiedendo di mettere in scena la loro storia. Le sei enigmatiche figure sono i "Sei personaggi in cerca d'autore" che vogliono riappropriarsi della loro posizione e della loro vita, "Nati come siamo per la scena". Basta relativamente "poco" per rendersi conto della grandezza artistica e della genialità narrativa di Luigi Pirandello

michele placido

Al di là dell'attualizzazione - si cita, a inizio opera, Tarantino, mentre nel testo originale si provava "Il giuoco delle parti"- apprezzabile visti i temi trattati, il Pirandello diretto da Michele Placido (in scena anche nel ruolo del "padre") si svolge senza troppo osare o aggiungere particolari spunti adattativi, ma è vero che è anche raro riuscire trovare qualcosa di ancora più innovativo di un "classico" di questo genere, la cui fama basta ad attirare il grande pubblico (abbiamo assistito alla pièce sia al Teatro Fabbri di Vignola, che al Teatro dell'Unione di Viterbo, entrambi in sold out) e che, da solo, ha già una modalità comunicativa inarrivabile.

I "sei" sono letteralmente distrutti dalla tragedia che non sono riusciti a raccontare, perché rimasti orfani del loro "autore", che li ha abbandonati, quasi disgustato da quello che le sue creature avevano vissuto "suo" malgrado. Un'esperienza scabrosa che li sta divorando, resa ancora più acre dal fatto di essere vissuta, ma non rappresentata. Dajana Roncione è la "figlia", dilaniata dalla situazione, in una buona ed efficace performance. Molta enfasi (troppa?) per Guia Jelo, la "madre", impegnata nella difficile rappresentazione della "condizione femminile", vera essenza della scrittura. Convincente Silvio Laviano, il regista che ha sostituito, nell'attualizzazione placidiana, il capocomico, il quale ha saputo mantenere costante il ritmo del ruolo, non facile in considerazione del continuo cambiamento di registro drammatico, con la simultaneità di "personaggi" e "attori" che si mescolano sulla scena e si alternano, a volte in confusione verbale, nella recitazione. Abbiamo particolarmente apprezzato la disposizione della piccola folla sul palcoscenico, probabilmente frutto anche di un occhio ben avvezzo al cinema. Meno l'accento romanesco che abbiamo trovato troppo carico.

un momento dello spettacolo

Assente dal palcoscenico, ma vero protagonista, colui che dovrebbe muovere tutte le fila. Ma capiamo le difficoltà di "autore" nel trovarsi tra le dita creature che prendono strade che il burattinaio drammaturgico non aveva delineate, dotati di vita e discernimento proprio, proprio per questo rinnegate e lasciate sole ad affrontare il proprio destino. I "personaggi" sono rappresentazioni iconiche di determinati atteggiamenti umani e "autore" è la guida che provano affannosamente a ritrovare, tanto che in altri adattamenti si è voluto vedere nella contrapposizione scenica addirittura l'immagine di Dio e dell'umanità allo sbando e alla ricerca di una nuova luce.

La regia di Placido ha mantenuto correttamente quanto dettato dalla volontà pirandelliana: c'è l'eliminazione dello spazio artistico, la rottura della quarta parete, il dramma, il metateatro, ma non si assiste ad una prova indimenticabile. “Chi ha la ventura di nascere personaggio vivo, può ridersi anche della morte. Non muore più… Chi era Sancho Panza? Chi era don Abbondio? Eppure vivono eterni, perché - vivi germi - ebbero la ventura di trovare una matrice feconda, una fantasia che li seppe allevare e nutrire, far vivere per l’eternità”. In questo caso l'eternità è rimandata, dall'alto Pirandello osserva e attende.

6 personaggi in cerca d'autore

SEI PERSONAGGI IN CERCA D’AUTORE di Luigi Pirandello. Cast artistico: Michele Placido, Guia Jelo, Dajana Roncione, Luca Iacono, Luana Toscano, Paola Mita, Flavio Palmeri, Silvio Laviano, Egle Doria, Luigi Tabita, Ludovica Calabrese, Federico Fiorenza, Marina La Placa, Giorgia Boscarino, Antonio Ferro. Musiche: Luca D’Alberto. Costumi: Riccardo Cappello. Luci: Gaetano La Mela. Regia: Michele Placido. Produzione: Teatro Stabile di Catania in collaborazione con Goldenart Production. Foto di scena: Antonio Parrinello. Durata: 1 ora e 50 minuti senza intervallo.

(articolo di Beatrice Ceci, con il contributo di Luciano Lattanzi - riproduzione non consentita)

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