media & sipario - La "Casa del Popolo" è sempre di più quella teatrale, speriamo sia sempre così!

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La "Casa del Popolo" è sempre di più quella teatrale, speriamo sia sempre così!

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La "Casa del Popolo" è uno spettacolo toccante (scevro dalla politica), che parla di un "popolo" che forse, ma siamo ancora fiduciosi di sbagliarci, non esiste più. Lo abbiamo "vissuto" al Teatro Cantelli di Vignola

RECENSIONE - "Qualcuno era comunista perché credeva di poter essere vivo e felice solo se lo erano anche gli altri / Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo, perché sentiva la necessità di una morale diversa / Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno. / Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita / Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come più di se stesso: era come due persone in una / Da una parte la personale fatica quotidiana, e dall'altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita" - Giorgio Gaber, 1992.

giovanni dispenza e lorenzo ansaloni

Non possiamo che iniziare così, con i versi di "Qualcuno era comunista" del Signor G., la recensione di uno spettacolo che ha toccato le corde del nostro cuore, scritto da Nicola Bonazzi da un'idea di Andrea Lupo con la regia di Andrea Paolucci. Un excursus nella storia della "casa del popolo", di quel popolo che, nell'accezione di un tempo, non esiste più, sostituito dal termine populismo, anch'esso ormai purtroppo concepito come sinonimo di demagogia. Uno spettacolo che affonda le radici nell'esigenza di raccontare "come" e "perché" sono nate le Case del Popolo (il termine compare per la prima volta in Emilia Romagna nel 1893 e trova ispirazione nelle esperienze europee), quando si è deciso di mettere un tetto sopra a quella piazza umana che raccoglieva le voci, le volontà, la speranza delle persone che in passato, piano piano, si rendevano conto che, uniti, si "sarebbe potuto fare qualcosa".

micaela casalboni

"Sai una cosa?" / "Cosa?" / "Io vado" / "Dove?" / "Non so, ma sento di dover andare. Dritto, con la fronte alta, il petto in fuori. Vieni?" / "Ci penso" – "Come ci pensi? Se pensi non vieni" / "Allora non vengo" / "E di là, non sei curioso di sapere cosa c’è di là?" / "Di là dove?" / "Di là dall’orizzonte, di là da tutto. Di là da me, da te, dalla nostra miseria. Ci sarà qualcosa" / "Lascia che ci sia" / "Non posso. Ho come un impulso, non riesco a fermarmi. Tu no?" / "Io veramente stavo andando dall’altra parte" / "E dall’altra parte cosa c’è?" / "C’è casa mia" / "Casa tua la conosci. Devi cambiare direzione, vieni con me, dammi la mano. Ecco, vedi, è facile. In due ci si fa compagnia, in due forse si arriva" / "Io non so se arriviamo" / "Non importa, intanto andiamo. E non dimenticarti di guardare" / "Cosa?" / "Di là dall’orizzonte, di là da me e da te, di là da tutto. Prova a guardare, fallo per loro" / "Loro chi?" / "La gente…" 

inaugurazione

La resa scenica di una storia lunga più di cent'anni e ancora in evoluzione (ci auguriamo non in involuzione) è data dalla performance di tre attori che, pur partendo da un fatto storico di imprinting politico, si spogliano di qualsiasi "colore" per dare voce a tutta una serie di personaggi che subiscono le influenze di Guareschi, Benni, Serra, Gaber e De Andrè. Si parte quindi dall'assemblea costituente del 19 gennaio 1919 con il verbalizzante Augusto Strazzari (Lorenzo Ansaloni) detto il "Salame" ("perché mi piace l'alimento, non per lo scarso comprendonio"), il presidente Cesare Garuti (Giovanni Dispenza), medico condotto, e Liberata Mazzetti (Micaela Casalboni), detta la Sboldrona, una donna di costumi non illibati che l'amore però non fa per interesse. I tre decidono la nascita della sede della cooperativa di consumo Leone Troschi Maccaferri, la prima casa del popolo, una sala per ballare, in futuro un cinematografo, per bere e giocare, ma anche una sala per studiare in modo che i contadini, i braccianti e poi gli operai possano imparare a leggere e a scrivere dopo il lavoro. Un'inaugurazione che non può non ricordare quella del "sindaco comunista" per eccellenza, Peppone, nel suo discorso tenuto davanti a Don Camillo nella prima pellicola della fortunata serie: "Compagni e cari concittadini, sono felice di posare la prima pietra di questa Casa del Popolo, che si alzerà quanto prima nel cuore del paese, simbolo della nostra volontà di azione e del progresso sociale".

giovanni dispenza

E' un'immersione nella storia non tanto lontana dai nostri padri, dai nostri nonni con una contestualizzazione storica precisa e dettagliata che passa dalla Prima Guerra Mondiale al fascismo, dal dopoguerra alla ricostruzione, dallo sbarco sulla Luna agli anni di piombo con le voci di Salame, Garuti e della Sboldrona che - personaggi anacronistici e nello stesso tempo archetipi dell'uomo comune - diventano quelle di Etilico, Speranzosa, Traviata, Clelia la Pigna o Catuvèn, che ucciso da un fascista torna come una fantasma a offrire il suo cappello al popolo ("perché magari ne avete bisogno... alla fine... è stato bello addormentarsi piano piano sotto il sole in mezzo ai fili d’erba") e strappa una lacrima di commozione.

lorenzo ansaloni

Ogni frase, ogni battuta, ogni racconto è interpretato dai tre attori con un ritmo serrato che non lascia la possibilità di prendere fiato. La cronaca degli avvenimenti ha il taglio della radiocronaca di un tempo delle partite di calcio, con lo speaker - in questo caso Salame - sia voce narrante che protagonista. I personaggi hanno una resa magistrale, con un lavoro attoriale bilanciato e accurato, nel quale si ritrova il senso di appartenenza, quell'estensione di intenti che andava dalla Casa, alla croce tracciata sul simbolo politico della scheda elettorale e che porta alla mente le esperienze odierne ai seggi, in cui le persone più anziane chiedono aiuto nel ritrovare tra le centinaia di loghi quello che riconoscono come "di famiglia". Una famiglia nella quale Salame, Garuti e la Sboldrona si rinchiudono, cercando di sopravvivere al progresso al quale tendono senza sosta, nella paura di aprire una porta - rossa, unica, sul palco - che ancora li difende e li preserva dalla nebbia che avvolge lo stato attuale: una nebbia che sta portando il popolo a trasformarsi dal "noi" all'io. "Sono così stanco che mi ammazzerei. Quasi quasi mi ammazzo. Tanto son da solo. Non ho mica problemi. Perché il popolo sono io. Io sono il popolo. E siccome sono il popolo si fa quello che dico io. E basta"

casa del popolo

Uno spettacolo che dovrebbe essere portato nelle scuole, per far conoscere a chi non era ancora nato che cosa c'è stato "prima", e dovrebbe essere consigliato a chi in quel "prima" c'era e a chi ne ha solo sentito parlare, per evitare di incorrere negli stessi errori. Uno spettacolo da vedere e da rivedere, che dimostra - se mai ce ne fosse ancora bisogno - come il teatro sia sempre un mezzo di conoscenza, anche storica, e come sia sempre di più una "casa del popolo". Durata: circa un'ora e mezza senza intervallo.

(articolo e foto di Beatrice Ceci - riproduzione non consentita)

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