media & sipario - Nel mondo di Alessandro Mannarino non c'è solo "sabbia" o "rabbia", ma anche tanta "parola"

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Nel mondo di Alessandro Mannarino non c'è solo "sabbia" o "rabbia", ma anche tanta "parola"

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Alessandro Mannarino non canta molto ma racconta “il mondo di Mannarino”, presentando se stesso come un artista complesso che è difficile catalogare semplicemente come cantautore (anche se lo è)

VOICE REPORT - Viterbo, nel Lazio, serata all'aperto di fine giugno per l'apertura di Caffeina, festival culturale estivo con un taglio sempre più musicale. La piazza è piena di gente, Alessandro Mannarino è uno di quegli artisti che richiama un pubblico eterogeneo, proveniente anche da altre parti d’Italia, non necessariamente vicinissime. Alcune ragazze sono venute da Rimini e intonano in coro le sue canzoni più famose, mentre nella bellissima piazza San Lorenzo gli ultimi raggi di sole si spengono dietro gli archi del loggiato papale. Mannarino sale sul palco senza l’immancabile cappello, i riccioli castani lo rendono ancora più giovane. Comincia a raccontarsi - intervistato da Raffaello Fusaro - a ruota libera, parla con garbata semplicità, con ruffiana ironia, con una leggerezza che racchiude una profondità rara. Parte dai difficili esordi, racconta del rapporto speciale con il nonno, della travagliata genesi di ogni album, “quattro dischi per provare a dire qualcosa che John Lennon ha detto con una sola canzone”.

alessandro mannarino

Rivela particolari della sua vita già sviscerati in tante altre interviste, l’infanzia a San Basilio, uno dei quartieri più difficili di Roma, le poesie scritte a scuola quando aveva solo otto anni, la prima chitarra avuta a sedici, infine le serate a suonare e cantare in piccoli locali: “mi vergognavo a fare queste cose, le tenevo nascoste, quasi come fosse un amore clandestino”. A 20 anni il primo concerto, una band improvvisata con un chitarrista e un percussionista brasiliani, incontri decisi dal caso che anticiperanno suoni e ritmi di canzoni future. Un esordio quasi disastroso. Di nuovo la lunga trafila dei locali, anni e anni a suonare per pochi avventori distratti: “Scrivevo cose tristi, introspettive e nessuno mi seguiva. Ho cominciato a scrivere storie strampalate per catturare l’attenzione”. Come accade a molti altri artisti, la sensazione di aver sbagliato tutto, la voglia di mollare e di seguire altre strade: “Devo tutto a mio nonno, lui veniva dal centro storico, sapeva Trilussa a memoria. Mi diceva che dovevo insistere, che dovevo continuare la mia vena artistica”. Poi finalmente il primo disco, “Bar della rabbia”, che arriva a 29 anni, frutto di una cocente delusione d’amore, una ragazza che si era negata all’ultimo momento per la quale Alessandro scrive di getto “L’amore nero”. Una canzone che sente di dover registrare. “La sala di registrazione costava 25 euro l’ora, tanto valeva registrare un cd per non sprecare soldi”.

gibson

E finalmente arriva il successo, il disco piace alla critica e al pubblico, c’è dentro un po’ di Vinicio Capossela, un po’ di Fabrizio De André, un po’ di Paolo Conte e un po’ di musica popolare, ma c’è dentro soprattutto l’impronta forte di un giovane ragazzo che ha tanto da dire: “Il bar della rabbia è un bar immaginario dove mi rifugio da una Roma che non mi rispecchiava. Mi sono chiuso in questo bar dove c’erano altri malandati che ridevano dei loro mali”. Di una delle canzoni dell’album, “Tevere Grand Hotel”, gira un video clip nel campo rom più grande di Roma. “L’idea era far vedere i volti dei rom, che erano stati mostrificati dalla campagna elettorale di Alemanno. Sono molto orgoglioso di aver fatto quel video, al di là dell’aspetto politico, il razzismo di quel periodo mi faceva paura, non per i rom ma per chi stava fuori dal campo, gli veniva tolta l’empatia, il riconoscersi negli altri essere umani. Io volevo mostrare i sorrisi delle donne e dei bambini”.

alessandro mannarino

La serata non è di sole parole, altrimenti non avrebbe senso la chitarra poggiata accanto alle due poltroncine. Mannarino l'imbraccia e ne controlla anche meccanicamente l'accordatura (era stata controllata di nuovo poco prima dell'inizio della serata). Una voce dalla piazza chiede un vecchio brano, l'artista vorrebbe accontentare la richiesta e prova, ma si ferma perché non ricorda gli accordi, l'applauso sottolinea comunque il tentativo. A quel punto, come previsto, partono le note di “Bar della rabbia”. E il pubblico canta insieme a lui. Il rito si ripeterà altre 3 volte, una canzone per ogni album. Si torna alle parole e si continua con il racconto della nascita del secondo album, “Supersantos”. Con questo disco è come se Mannarino avesse voluto guardare fuori dal "bar della rabbia" per scoprire se ci fossero altri concetti da descrivere. “Il primo album era troppo legato al vino, volevo uscire da questo cliché, così ho aperto la porta del bar. Supersantos parla di donne come emblema della ribellione”. Non ci sta ad intrappolare le donne nello stereotipo di moglie e madre: “La massima espressione della donna vista come Maria Vergine è agghiacciante”. E molto incuriosito dal pensiero che la chiesa abbia sempre esaltato figure di donne malconce e vergini con le pustole.

alessandro mannarino

Una delle canzoni, “Marylou”, è stata ispirata dal ricordo delle vacanze da bambino in Calabria, l’incontro con un padre padrone che aveva sette figlie femmine, costrette a mangiare in cucina insieme alla madre, la figlia più bella e ribelle finita per punizione in convento. È proprio questa ragazza la Marylou della canzone, per la quale Mannarino ha immaginato un altro destino: “Le mie canzoni disegnano una realtà più bella, l’ho fatta fuggire e diventare prostituta”. Il terzo album, “Al monte”, è un viaggio, racconta di un mondo sempre più in rovina e del bisogno di crearsi il proprio angolo di paradiso. Uno dei brani presenti nel disco riceve il premio per il miglior testo per i diritti umani da Amnesty International. “Scendi giù” è ispirato alla morte di Stefano Cucchi e di Aldo Bianzini: “Non credo nella giustizia dei tribunali, l’ingiustizia è un sentimento umano come il pudore”. L’eloquio fluente del giovane artista e la complessità dei temi che tratta sono anche frutto di una laurea in antropologia mai ritirata, racconta della tesi sperimentale sulla scolarizzazione nei quartieri di periferia, si definisce un immigrato culturale: “Sono il primo laureato della mia famiglia, ma la scuola è un’istituzione della classe egemone che ha lo scopo di perpetuare il divario tra le classi”.

ripresa

Il mondo di Mannarino è semplice solo in apparenza, è la necessità di arrivare nel profondo per raccontare cose: “La nostra società occidentale, dai filosofi greci in poi, ci ha riempito di bugie, per Platone addirittura eravamo nel mondo sbagliato. Il pensiero si è fermato al positivismo, la natura è diventata un nemico perché dobbiamo diventare tecnologicamente avanzatissimi. In questo modo ci siamo persi l’irrazionalità e l’emotività, parti fondamentali dell’essere umano”. Per ritrovare le nostre emozioni più profonde niente di meglio che la musica, perché “la musica bypassa la ragione e arriva all’inconscio”. Certamente non una musica qualunque e costruita a tavolino, Mannarino è critico con i talent show e le case discografiche, ritenuti responsabili di appiattire l’individualità: “Nel mercato capitalista l’artista è venduto come una macchina o un bicchiere di plastica. Si abitua il pubblico a un gusto e si vincola l’artista a un prodotto vincente”“Apriti cielo”, mescola i ritmi musicali brasiliani con le poesie romagnole “Per Nino Pedretti (poeta dialettale romagnolo, ndr) è stato un colpo di fulmine, ha influenzato la visione del mio ultimo disco, ho capito che l’amore per le piccole cose può dare senso all’esistenza”. Nella canzone “Arca di Noè” cita testualmente una frase che ama moltissimo: “siamo stati sulla terrazza del mondo finché non sono arrivati gli altri”.

applausi finali

La serata si conclude con tanti applausi che sottolineano positivamente l'andamento più in parole che in note. Nessuna delusione per il pubblico accorso ad applaudire (e filmare) l'artista, in fin dei conti si ha ascoltato il Mannarino pensiero completamente unplugged. Per arricchirlo anche di musica ci sarà sempre tempo.

(articolo di Stefania Ioime / foto di Luciano Lattanzi - tutti i diritti riservati)

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