Proviene (si vede e si sente) dal testo teatrale di Stefano Massini, sempre con Ottavia Piccolo, portato nelle sale teatrali con la regia di Alessandro Gassman. Il film di Michele Placido è del 2016, ma è sempre apprezzabile rivederlo, perché anche se gli anni passano, nulla sembra cambiare nella forza emotiva e sociale che contraddistinguono il copione/soggetto. Il testo si ispira a fatti realmente accaduti in Francia, ma la nazione vuol dire poco, come niente significa il luogo fisico della fabbrica dei "fratelli Varazzi": potrebbe essere dovunque in Italia, dovunque c'è "fame" di lavoro, costi quel che costi. Basta pensare alle note vicende legate all'acciaio pugliese, perfettamente e amaramente descritte dal docufilm di Cecilia Mangini e Mariangela Barbanente in un apparente lontano 2013.
Bianca (Ottavia Piccolo) è una rappresentante sindacale che deve far digerire al comitato delle lavoratrici la "richiesta" della nuova proprietà francese dell'azienda dove lei lavora da una vita. La richiesta del "padrone" è apparentemente semplice e anche innocua: tutte le dipendenti devono rinunciare a "7 minuti" della propria pausa, salvaguardando così l'occupazione totale e allontanando le voci di una possibile delocalizzazione all'estero. La proposta incontra, inizialmente, il favore e il solllievo delle 11 rappresentanti sindacali che compongono il comitato della fabbrica. Poi ci si ferma e si riflette su quello che diventerà il quesito fondamentale, su quanto valgano effettivamente "7 minuti". Entro la fine del turno di lavoro bisogna o accettare o non accettare la "cortese" (per gli urbani modi con cui è stata formulata) richiesta dei francesi. Ci sono circa 2 ore di tempo, appena la durata di un film.
Che cosa sono sette minuti? Le undici rappresentanti (un cast femminile in stato di grazia, come solo Mario Monicelli ed Ettore Scola erano in grado di mettere assieme) hanno poco tempo per dare una personale risposta, ognuna di loro rappresenta un piccolo mondo dove si sopravvive con sacrificio e dove il mantenimento ad ogni costo del posto di lavoro significa il non passaggio da un'esistenza dignitosa, anche se modesta, all'incertezza totale.
I piccoli ed insignificanti "sette minuti" diventano il periodo temporale che assurge a baluardo della dignità umana, di quella dei giovani con l'ingenua speranza di un futuro (da una parte chi sta per mettere al mondo un bambino e chi per accendere un mutuo, dopo aver comprato la moto), ma anche di operaie anziane che hanno vissuto in fabbrica per tutta la vita o che alla fabbrica hanno "offerto" il sacrificio della propria salute, o extracomunitarie (provenienti da ambienti sociali sicuramente peggiori) disponibili a "magnare" con una mano e lavorare con l'altra, pur di non perdere il prezioso bene, fondamentale per la Costituzione, ma così disatteso dalla società attuale, evoluzione (almeno così dicono) di quello stesso documento.
L'avvio dell'opera cinematografica ci ha ricordato lo splendido "La parola ai giurati" del 1957, opera prima di Sidney Lumet, su soggetto da Reginald Rose, con la differenza sostanziale che il comitato di fabbrica, diversamente dalla giuria, non deve decidere in forma unanime, ma è sufficiente la maggioranza perché la decisione sia presa e si ripercuota su tutto il personale. Nella pellicola americana si decide della vita di un uomo, nel lavoro di Massini/Placido, paradossalmente, sui destini delle centinaia di lavoratrici dello stabilimento. "Cosa siamo disposte a fare, pur di lavorare?", si chiede Greta (una bravissima Ambra Angiolini). "Tutto" è l'amaro risposta che urla alle sue colleghe, ma anche contro il pubblico, in una delle scene migliori (ma ce ne sono tante) del film.
Il cast femminile viene impietosamente "girato" dalla bella fotografia di Arnaldo Catinari, le ombre vengono esaltate, dove possibile vengono scavate linee ancora più dure sui volti intensi delle protagoniste che sembrano quasi presi a secchiate d'acqua, così da eliminare ogni forma di trucco e rendere ancora più veritiere le espressioni. I lenti movimenti di scena danno il tempo allo spettatore di assorbire i dialoghi intensi, in attesa che arrivi la risposta finale (che ovviamente non sveliamo), così da capire il valore percepito dei 7 minuti.
Si esce dalla sala, pardon dal video, pensandosi nel ruolo delle attrici: "Ma io al loro posto, cosa avrei votato? Sarei stata/o disponibile a dare 7 minuti della mia dignità?". Alla domanda non abbiamo e non dobbiamo risposta, in fin dei conti noi abbiamo solo (ri)visto e recensito un film. "7 minuti" ha giustamente ricevuto il Premio Speciale ai Nastri d'Argento #2017 ed è stato candidato ai David di Donatello dello stesso anno. Nel caso in cui lo abbiate finora perduto, è attualmente su RaiPlay (e speriamo che lo rimanga ancora a lungo).
Di questo film e di altri film parliamo su RadioSvolta.it nella rubrica settimanale dedicata al cinema Piano! In sequenza. Ogni giovedì alle ore 16:30 in diretta Twitch, dal venerdì in podcast sulla radio e sulle principali piattaforme.









