Una lunga lettera che probabilmente, anzi, quasi sicuramente, non troverà risposta, ma anche la ricerca di una strada per combattere una malattia, l'Alzheimer, che non dà via di scampo, tanto ai malati, quanto ai familiari. Nei panni di scrittore (primo e ultimo libro, ha tenuto a precisare) uno dei volti più popolari della lunga schiera di medici televisivi, introdotto e assistito da Beppe Cottafavi.
La lettera di affetto filiale è un viaggio nei ricordi che, in qualche modo, comincia con quello fatto a bordo di un'auto, carica di bagagli, bambini (3 in totale, Scarpati ha un fratello ed una sorella) e amore, verso il Cilento, Licosa, paese in cui si trova la "casa rossa" nella quale la famiglia Scarpati viveva per quattro mesi all'anno, dall'inizio alla fine dell'estate, quando ricominciava l'anno scolastico. Ed è un viaggio nei ricordi belli e brutti - sì, ci sono anche quelli con i conflitti, le litigate, le incomprensioni che vive qualsiasi famiglia - per raccontare alla madre, anzi, ri-raccontare, quanto vissuto, in un momento in cui la donna volitiva, forte, vitale ed attiva ha purtroppo lasciato il posto ad un'altra persona che ha bisogno degli altri. Una sorta di capovolgimento di ruoli: nel momento in cui dovrebbe essere la madre, ormai nonna, a raccontare aneddoti e storie ai figli e soprattutto ai nipoti, è invece il figlio che - "grazie anche a mia sorella - dice Scarpati - memoria storica della famiglia" - impara ricordando tante sfaccettature dei suoi cari e di sua madre che ormai comunica solo attraverso lo sguardo, quello sì, sempre vivo ed espressivo.
Commuove il racconto, un "lessico familiare" alla Natalia Ginzburg, ma fa anche sorridere, ad esempio nella descrizione della volontà materna di lasciare che la natura del luogo in cui si vive non venga ostacolata dall'intervento "umano", dalla ricerca di indipendenza dalle convenzioni della società, e dalla divisione delle cose in "cafone" e "non cafone": "La spiaggia? Cafonissima!, Lo scoglio? non cafone! La borsetta bianca? Molto cafona!... il perché di questa "divisione" forse non lo sappiamo neanche bene... ma per la nostra famiglia è ancora così!" E fa sorridere, con una lacrima nell'angolo dell'occhio pronta a scendere, anche la descrizione della presenza della madre ad un monologo di Scarpati, in cui si evidenzia il dualismo che coglie l'attore quando si trova a vivere "l'attrattiva del conto corrente rinpinguato dal successo televisivo" messo in un impietoso confronto con il teatro, talmente impegnato quest'ultimo da non essere quasi conosciuto.
Un libro che per l'autore rappresenta anche un "manuale di sopravvivenza" al dolore di una malattia in cui, spesso, il malato non è tanto "in senso stretto" colui che ne affetto, ma i familiari in salute e che si augura possa essere utile anche a tanti altri che subiscono la medesima sorte.
Abbiamo avuto la possibilità di poter fare qualche domanda direttamente all'autore.
Il suo libro è una biografia, un'autobiografia, una lettera alla quale difficilmente troverà risposta?
In realtà tutte e tre le cose e nessuna delle tre. E' stato un modo per ricordare a mia madre e soprattutto a me stesso com'era prima che arrivasse la malattia. Ed è stato un modo anche per riuscire a "vivere" questo momento difficile. Avendolo scritto faccio fatica a classificarlo in un determinato genere... L'ho scritto anche con intento "consolatorio" ed è per quello che ci sono anche aneddoti divertenti, per "sdrammatizzare" il momento difficile che sicuramente non vivo solo io. Pensi che mentre ero in treno, in viaggio verso la presentazione, un signore mi ha detto che sta vivendo la mia stessa situazione e che in un qualche modo "l'ho tirato su".
Come si trovato nel ruolo dello scrittore?
Non è stato un ruolo... L'ho vissuto come una parentesi aperta e chiusa della mia vita in cui ho imparato a ricordare.
Il ricordo più difficile da "ricordare"?
In realtà nessuno. Ricordare non è difficile perché il passato è comunque assorbito, metabolizzato, non si è più coinvolti emozionalmente. Il difficile è stato scrivere il finale perché parla del presente, di quello che stiamo vivendo oggi, di quello che mia madre sta vivendo oggi e di come affrontiamo noi, che le stiamo intorno, la situazione. Nel libro definisco le persone sane, quelle malate, perché sono quelle che "sopravvivono" alla malattia, sia quelle che non trovano il coraggio di andare a trovare il "malato" perché non sanno come comportarsi, sia a quelle che rimangono impotenti davanti al progressivo abbandonarsi all'Alzheimer della persona cara. E so che molte persone, dopo la visita in ospedale cercano rumore, confusione, si rifugiano nei bar con tanta gente per combattere quest'impotenza e questo essere risucchiati in quella vita, dove vita non c'è, che produce la malattia.
Ci auguriamo quindi, come Scarpati, che il libro sia un modo per stimolare altre persone che si trovano nella stessa situazione a reagire e chissà, anche a suggerire che in qualche modo si cerchi una forma di supporto a coloro i quali, "sani" hanno in famiglia una persona colpita dall'Alzheimer.








