Una pletora di personaggi che il "teatrista" Pennacchi ha creato e raffinato con il tempo, trovando linfa vitale per il tratteggio in tanti cattivi esempi che lo e ci circondano. Naturale per la nostra chiacchierata partire appunto da Franco Ford, Pojana, dal protagonista del video Ciao terroni, che a nostro avviso andrebbe diffuso in tutte le scuole, dalla Valle d'Aosta alla Sicilia. Meglio se a partire dalle scuole medie, alle superiori è già troppo tardi, perché a quel punto i tanti, troppi, Pojana sono già in mezzo a noi, come i cattivi alieni di John Carpenter in They Live (1988). Naturale, forse addirittura banale, la nostra curiosità sulla genesi del personaggio.
Come è nata l'idea di base per questo burbero proprietario di capannoni?
Ha due processi convergenti, prima di tutto, come dice anche il titolo dello spettacolo, è uno dei tanti ma che è diventato famoso, perché è diventato "virale", nell'epoca in cui ancora non aveva il significato di una malattia. Però i due processi per cui è nato Pojana sono abbastanza chiari nella mia testa. Nel senso che da un lato io cresco nel Veneto dei capannoni che conosco bene e che continuo a frequentare. Ma Pojana, lo dico sempre, in purezza nella realtà non esiste. Esistono tutte le contraddizioni per cui c'è qualcuno che a volte parla così e subito dopo lo trovi a fare volontariato, perche il veneto è così. Si presenta in un modo e poi sotto è altro. A volte si vergogna addirittura delle cose buone che fa, perché sembra che le cose buone, il volontariato, l'aiutare gli altri, la beneficenza denotino debolezza di carattere, non si sa bene. Oppure addirittura c'è un'altra cosa che viene ancora più da lontano e che non ti devi mai vantare delle cose buone che fai...
E questo però è un aspetto solamente positivo...
Però sta di fatto che poi queste cose non vengono mai raccontate. Io faccio sempre questo esempio che amo molto: arriva la tempesta Vaia (nel 2018, ndr), distrugge le Dolomiti praticamente e quello che vediamo in televisione sono i veneti che si lamentano del governo centrale e che si alzano le maniche e sistemano tutto loro. L'impressione è che lo facciano per poter continuare a lavorare, come invece, io che ero lì, ho visto che lavoravano e nei momenti liberi sistemavano anche per la comunità, perché il veneto ha un forte senso della comunità, ma questa roba non la diranno mai. Lamentarsi del governo e delle tasse sì. L'altro lato è invece più letterario.
Cioé?
Io sono un meccanico amatoriale di testi teatrali (definizione bellissima, ndr) e stavo adattando un testo di Shakespeare per una tournée veneta estiva e io ho scelto "Le allegri comari di Windsor", una commedia per me molto sottovalutata, in realtà molto interessante. E più l'adattavo e traducevo e più mi sembrava fosse molto veneta, delle zone ricche del Veneto. A un certo punto, facevo fare come presentazione un monologo a tutti i protagonisti e quando Franco Ford esce e fa il primo monologo, perché deve andare a sparare a Falstaff, è nato il personaggio.
E dopo
C'era qualcosa in potenza che stava nascendo, poi Francesco Imperato, un giovane regista padovano, mi chiede se presto la mia faccia per un progetto contro il razzismo, che voleva far iniziare con un monologo di Marco Giacosa, un saggista scrittore piemontese. Abbiamo tradotto in veneto questo pezzo ed era molto forte e ho realizzato che il personaggio giusto per recitarlo fosse Franco Ford, che aveva dentro la rabbia necessaria. Il video è diventato virale, inizialmente aveva un bellissimo nome, sociologico, ma è diventato famoso come "Ciao terroni".
Decisamente d'impatto...
Sicuramente. Ma molta gente era convinta che fosse una persona reale, che avesse noleggiato un drone per insultare i meridionali. Anche perché ci eravamo resi conto che 4 minuti erano tantissimi e che poche persone arrivavano alla fine, dove c'è l'inversione, come si dice il veleno nella coda. Mostrandolo a Propaganda (trasmissione del venerdì sera su La7, condotta da Diego Bianchi, ndr), i loro spettatori si sono invece resi conto che si trattava di un personaggio teatrale e ha funzionato molto bene.
E lo ha portato stabilmente in trasmissione...
Non subito, anche perché quel testo non era mio. Ma l'anno successivo siamo tornati a parlare, gli ho mandato dei testi miei e l'ho fatto. Ed è nato Pojana.
Con una caratterizzazione così generalizzata del "veneto", il diretto interessato come accoglie uno spettacolo del genere?
Chi viene in teatro ha già un apparato critico e, anche se in alcuni casi lo dimenticano, noi veneti abbiamo sempre avuto un bel senso dell'umorismo, per cui uno spettacolo come il mio funziona ed è un'occasione per fermarci un attimo e riflettere su alcune cose e farlo in maniera divertente. Mi piace che passi il messaggio che si può anche ridere di certe cose. Faccio un esempio personale, gli unici due racconti di mio padre sul campo di concentramento erano comici, facevano ridere. Quindi, se loro non fanno i "tragiconi" su qualcosa di così importante come la guerra, perché dovrei farlo io? Per cui cerco sempre di trovare questa chiave, che funziona. La vita è così, a volte ridi e a volte prendi le bastonate.
Ringraziamo Andrea Pennacchi per il tempo che ci ha dedicato e ringraziamo anche Pojana e tutti i suoi fratelli, soprattutto perché anche in un Pojana c'è qualcosa di buono, bisogna solo trovarlo.







