Sono tanti i “cimiteri monumentali” d’Italia. Sono a Torino, a Milano, a Roma, a Napoli. Indipendentemente dalla parte religioso-affettiva che ne scaturisce, spesso chi visita i cimiteri per rimanere vicino ai “cari scomparsi” non si rende conto di quanto architetture e sculture siano assimilabili ad un museo a "cielo aperto", con l’aggiunta di aneddoti e leggende assolutamente suggestive. Basti pensare alla “Tomba della Sposa” del cimitero di Torino. Si narra che la scultura raffigurante una giovane donna con l’abito nuziale sia il ritratto di una fanciulla che, avendo fatto voto di non sposarsi, sia morta appena dopo aver pronunciato i voti. Il Verano di Roma accoglie numerose tombe di importanti nomi dello spettacolo come Alberto Sordi, Vittorio Gassmann, Aldo Fabrizi. Il Cimitero di Santa Maria del Pianto di Napoli accoglie le spoglie del Principe Totò.
Il Cimitero, detto della Certosa, di Bologna non è da meno. Abbiamo seguito uno dei tanti tour guidati (che vi consigliamo caldamente), organizzati da Arte e Musei Italia ed invece di aggirarci in maniera disordinata - magari anche arrecando disturbo ai visitatori - siamo stati guidati attraverso un percorso che ci ha fatto scoprire alcune suggestive particolarità di questa incredibilmente grande (non pensavamo tanto) “città dei morti”.
Intanto il nome. Perché Certosa? Perché, nonostante l’area sulla quale sorge il cimitero sia collocata nel luogo dove, fino al V secolo a.C., si trovava già una delle necropoli dell’antica Felsina (i cui resti furono trovati durante scavi di ampliamento), agli inizi del XIV secolo il terreno di proprietà del giureconsulto Giovanni d’Andrea fu donato ai monaci Certosini. I Certosini vi costruirono quindi il loro monastero che venne intitolato a San Girolamo di Casara, benedicendo la prima pietra il 17 aprile 1334. Dopo la soppressione del convento nel 1796, nel 1801 venne fondato il cimitero che, attraverso stratificazioni e ampliamenti, è quello che conosciamo oggi. La chiesa di San Girolamo, tuttora presente, testimonia, con il grande ciclo di dipinti dedicati alla vita di Cristo realizzato dai principali pittori bolognesi della metà del XVII secolo, la ricchezza del convento e meriterebbe una più ampia descrizione a parte.
Passeggiando lentamente per il cimitero - lo sappiamo, pare strano utilizzare questo verbo, ma se ci si approccia alla visita come se si entrasse in un museo o, ancora meglio, come in una casa-museo, pertanto con il dovuto rispetto - ci si rende conto del perché, durante gli anni, abbia attirato numerosi uomini di cultura da Lord Byron a Jules Janin, da Charles Dickens e Theodor Mommsen. Pare che addirittura Goethe, passando con la carrozza davanti al cimitero, abbia deciso di fermarsi per una visita.
Tra tutte le opere presenti, innanzi tutti i cosiddetti "nove sepolcri" che rappresentano il gusto dell’aristocrazia bolognese e le peculiarità tecniche e artistiche della scuola bolognese: il monumento funerario di Michele Galitzin dello scultore Antonio Rossetti su disegno di Antonio Cipolla; il monumento funerario del fratello Teodoro Galitzin, sempre di Rossetti e sempre su disegno di Antonio Cipolla con gli ornati di Palombini; il monumento funerario di Taddeo Matuszewic, ideato ed eseguito da Sandro Litovischi; il monumento di Barbara Fieschi, realizzato da Giacomo De Maria su disegno dello storico dell’arte Antonio Bolognini Amorini.
Ci soffermeremo però su due tombe, collocate nello stesso campo. Quelle di due poeti, lontani solo cronologicamente. Nel campo Carducci sorgono il monumento e la cripta di Giosue Carducci (1835-1907) e della sua famiglia di fronte al Chiostro VI o dei Caduti della Grande Guerra. Un semplice sarcofago monolitico dono degli italiani emigrati all’estero campeggia sopra una scalinata alla quale si accede trattenendo il respiro. A fianco del sarcofago è posto quello contenente le spoglie del Ottorino Respighi (1879-1936) e della moglie Elsa Sangiorgi.
Dal 2013, a fianco del compositore, riposa Lucio Dalla (1943-2012), ricordato con un monumento eseguito da Antonello Paladino e Stefano Cantaroni. Guardando il monumento non si può fare a meno di pensare quanto amore possa portare Bologna (e non solo) al suo artista che giace insieme all’amata madre Jole Melotti.
"Buonanotte anima mia, adesso spengo la luce e così sia...". La silhouette in bronzo - tratta dalla foto scattatagli alle isole Tremiti dall'amico fotografo Luigi Ghirri, la stessa della copertina dell'album 'DallAmericaCaruso' - col bastone e il cappello, sovrasta la scritta la scritta incisa sul marmo: "Musicista, poeta e maestro di vita" insieme ai versi di “Cara”. Una coroncina rappresentante il rosario, che l'artista portava come anello al dito, e la piccola scultura in bronzo di un ragnetto, per ricordare il suo soprannome. A questi ornamenti, si aggiungono i “doni” dei visitatori, la sciarpa del Bologna (il posto che occupava allo stadio Dall’Ara gli è stato dedicato e non viene mai occupato) e delle pietre dipinte che vengono sostituite ogni settimana da una ragazza che gli è “devota” nell’accezione di affezionata.
Sono tanti i monumenti che abbiamo visto e apprezzato e probabilmente dovremmo parlare anche delle tombe dipinte, da quella di Andrea Nicoli, opera dell’ornatista Lodovico Lambertini e del figurista Giuseppe Ramenghi a quella di Giovan Battista Cattaneo De Volta, lavoro di Francesco Stagni; ci vorrebbero però “pagine e pagine” di descrizioni che neppure renderebbero appieno la ricchezza di quanto osservato e certamente non potrebbero mai compararsi a quelle dei poeti del “Grand Tour”.







