Turandot all'Arena di Verona (recensione)

Era destino che morissero insieme: Liù e Giacomo Puccini, lei a Pechino e lui a Bruxelles

immagine del direttore d'orchestra, sorridente
m&s - Marco Armiliato (©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona)

Liù, davanti a tutti nella reggia di Pechino con un pugnale che si pianta nel petto, Giacomo Puccini, in una clinica di Bruxelles per un cancro alla gola. Turandot termina qui e così, con il coro che sussurra pietosamente, sull’esile fiato dell’ottavino sostenuto dalla celesta e dagli archi, Liù poesia!

Il finale che segue elaborato da Franco Alfano e Arturo Toscanini non ha storia, tanto che alcuni direttori d’orchestra preferiscono non eseguirlo per riguardo alla grande “incompiuta”. Lo stesso Toscanini, alla prima rappresentazione alla Scala del 25 aprile 1926, a poco più di un anno dalla morte di Puccini, fa calare il sipario dopo la morte di Liù.  E risale al 1928 la prima rappresentazione di Turandot all’Arena dove è stata rappresentata 150 volte.

L’opera, peraltro anticipatrice degli ultimi bagliori del melodramma italiano avviato nel Seicento, segna l’inizio di  nuovi scenari musicali, già contaminati dalle prime dodecafonie anni Quaranta. E si apre una nuova stagione che modificherà gusti e modi di fruizione di questo genere di spettacolo. 

Un motivo in più per non perdere l’occasione offerta dall’Arena di Verona che ripesca - per il 99esimo festival - il maestoso allestimento del 2010 di Franco Zeffirelli (arricchito dai costumi di Emi Wada, dai movimenti coreografici di Maria Grazia Garofoli e dal lighting design di Paolo Mazzon) per le sette serate di Turandot, che ci rimanda a quella magica tavolozza di colori del regista fiorentino.  

Il “Vincerò” di Calaf  nella Pechino albeggiante è il segnale di una  “rinascita” a tutto campo che l’Arena di Cecilia Gasdia asseconda ad alta voce dopo un lungo e forzato silenzio. Grazie a lei, la Fondazione di cui è presidente si è aggiudicata l’anno scorso il primo premio come miglior progetto al concorso Art Bonus del ministero dei Beni Culturali. E grazie a lei l’Arena può vantare un sodalizio stellare con la coppia d’arte e di vita Anna Netrebko e Yusif  Eyvazov. La favola di Turandot è la favola di una istituzione che il prossimo anno registra quota cento stagioni.

Per l’esecuzione del 10 agosto, partiamo da Liù. L’eroina è lei, ultimogenita di una nidiata di sorelle dai nomi familiari: Manon, Mimì, Tosca, Cio Cio San, Minni. Il soprano Ruth Iniesta (debutto a Madrid nel 2012) è una schiava umile e fedele che sfida Turandot sostenuta dalla forza dell’amore. Voce di grande talento su solidi fondamentali che le consentono una buona versatilità nei toni e nel movimento scenico. Prima di ficcarsi il pugnale nel petto, dà una lezione d’amore a Turandot, morendo col nome di Calaf serrato nel cuore.

Le sta di fronte un mostro sacro della lirica internazionale, Anna Netrebko, cosacca, affascinante, maestosa, diva, con una voce che ha fatto il giro del mondo dal 1995 (anno del suo debutto in Le Nozze di Figaro). L’attacco nel secondo atto “In questa reggia” è regale  e risolto con una naturalezza disarmante. Yusif Eyvazov (debutto al Bolshoi nel 2010) viene dalla scuola di Corelli e gli va riconosciuta una voce robusta, ma addolcita dai fraseggi, mai imitati e sempre venati da una spiccata personalità. Nel secondo atto in “Ti voglio tutta ardente d’amore” affronta la versione col do acuto, indicata dallo stesso Puccini, e cede alle "ola" da stadio concedendo il bis al “Nessun dorma” del terzo atto.

Riccardo Fassi è Timur, Gezim Myshketa è Ping. Ricchi di colore gli amarcord  insieme a Pong (Matteo Mezzaro) e Pang (Riccardo Rados) della casa lontana, del laghetto blu e di una Cina migliore. Carlo Bosi è Altoum, Youngjun Park è il Mandarino. Maestro del coro (poderoso e ben equilibrato) Ulisse Trabacchin (Marco Tonini per le voci bianche A.d’A.Mus.). Coordinatore del Corpo di Ballo Gaetano Petrosino. Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici della Fondazione Arena di Verona. Per l’”Invocazione” del primo atto si è fatta vedere in via straordinaria nel cielo di Verona la tre quarti di luna crescente.

Il direttore d’orchestra Marco Armiliato nel “raccontare” la musica della fiaba ha scelto la via della saggezza e della fedeltà allo spartito, confermando un autentico amore per Puccini. Un solo rammarico. Si va spegnendo tra le gradinate il gesto delle candeline accese al calar delle luci, malgrado l’appello degli organizzatori. Durata 2 ore e 46 minuti, intervalli inclusi.

Vincenzo Ceniti

Giornalista
Direttore per oltre trent’anni dell’Ept/Apt. Ha curato l’organizzazione di numerose edizioni del Festival Barocco di Viterbo e di altre iniziative di ogni genere. Console di Viterbo del Touring Club.
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