Avevamo assistito allo spettacolo dal titolo quasi incomprensibile “Samusà”, di e con Virginia Raffaele quasi al debutto ed eravamo curiosi di vedere se gli “ingranaggi” dello spettacolo fossero stati “oliati” maggiormente rispetto a quelli purtroppo dismessi del luna Eur, il Luna Park nel quartiere Eur di Roma dove la Raffaele è effettivamente nata.
Virginia (ci permetta la confidenza) non ha bisogno di presentazioni: è attrice e conduttrice televisiva, è un’imitatrice, una ballerina. Un’artista completa insomma che ha lavorato con grandi nomi della comicità, del cinema e della danza (vogliamo parlare della performance con Roberto Bolle?).
E’ stata (ed è tutt’ora, nell’anima) una “giostraia”: una bambina nata e cresciuta appunto in un Luna Park - chiamato Luna Eur, perché, si sa, “... siamo un Luna Park, siamo all’Eur… ma come te voi chiamà? ‘Na fantasia!”
“Sono nata e cresciuta dentro un luna park, facevo i compiti sulla nave pirata, cenavo caricando i fucili, il primo bacio l’ho dato dietro il bruco mela. Poi il parco ha chiuso, le giostre sono scappate e adesso sono ovunque: le attrazioni sono io e siete voi. Tutto quello che siamo diventati stupisce quanto un giro sulle montagne russe e confonde più di una passeggiata tra gli specchi deformanti. Prendete posto altro giro altra corsa”.
Virginia Raffaele non ha bisogno neppure di pronunciare il titolo del suo spettacolo “Samusà” a mo’ di esortazione, perché non appena il sipario si apre e lei compare sul palco, tutto il pubblico, anche quello che appena un attimo prima era stato maggiormente chiassoso, “fa silenzio”. Samusà è una parola in gergo dei giostrai che significa appunto, come ha dichiarato l’artista, “silenzio, azzittatevi, detta alla romana”.
Un titolo scelto per richiamare l’attenzione sul “format” della performance, ma anche per giocare sulla sonorità della parola che, tra l’altro in francese, nell’accezione “s’amuse” indica il verbo riflessivo “divertiamoci”. E non può che essere così assistendo al “racconto autobiografico per quadri” che la Raffaele compie sul palco in una sorta di monologo che è contemporaneamente un puzzle di ricordi e un percorso immaginario tra gli stand del Luna Park. La Raffaele è una moderna Alice che nel Paese delle Meraviglie (del Luna Park) si perde, si ritrova e si occupa di far da guida ai visitatori dei giorni attuali che, magari incuriositi dalla struttura, rimangono all’ingresso, sbirciando dentro alla ricerca di qualche luce, di qualche attrazione che li distolga dagli smartphone, o di un invito.
Invito che arriva, ovviamente, dalla Raffaele che a seconda del racconto diventa l’uno o l’altro giostraio, ma anche Patty Pravo (un’a Patty Pravo più Pravo della Pravo stessa) o la signora anziana sul letto che scherza al telefono con le amiche e strappa anche un po’ di commozione; si racconta, narrando di come non sia per anni entrata in un Luna Park dopo la chiusura del “suo” sentendosi quasi “sfrattata” da se stessa; del Tagadà, del Bruco Mela, della galleria di specchi i cui frammenti adornano in momento danzante dello spettacolo il suo costume e che riflettendo le luci di Gianni Pollini vale da solo l’ingresso a teatro.
Qualche imitazione tra cui quella politica ora tanto in voga, la dimostrazione della sua abilità fisica. l’analisi delle persone che “una volta, prima che chiudesse”, frequentavano il tiro a segno; l’odore di caramello, il rumore che accompagnava tutta la giornata fatta di riti e di miti, il tempo per riproporre le sue doti canore in una parodia di soprano che nella diretta del festival di Sanremo non aveva così impatto.
Un'ora e mezza di intrattenimento puro con qualche siparietto da parte di acrobati che, con la maschera di coniglio enfatizzano l’impressione di trovarsi nella favola di Lewis Carrol con Virginia che rimane Alice o diventa all’occorrenza il Cappellaio Matto, rispettando appieno la sua origine (Cappellaio Matto deve la nascita ad un gioco di parole basato su una espressione in uso nell'Inghilterra vittoriana, in questo caso "matto come un cappellaio" - mad as a hatter): non serve il tè per il suo non compleanno, ma riesce - e ammiriamo la professionalità e la “follia” - a dar voce a tutte le personalità che tiene dentro se stessa passando in una frazione di secondo dall’imitazione di Maria De Filippi a Belen, Patty Pravo, Sabrina Ferilli, il Papa che si racconta essere venuto a visitare il Luna Eur.
Si esce da teatro con la voglia di acquistare dello zucchero filato – non quello finto della bambina “incompresa” (altro suo personaggio), ma reale - per poter riapprezzare lo zucchero che un tempo faceva scivolare con più facilità le “pillole” di disneyana memoria.
Chissà che il caro buon vecchio Walt Disney, conoscendo la Raffaele non l’avrebbe scelta per impersonificare qualche suo sogno. Sicuramente Virginia ha fatto suo il detto: “Se puoi sognarlo, puoi farlo!”
Virginia Raffaele
in
SAMUSA'
di Virginia Raffaele, Giovanni Todescan, Francesco Freyrie, Daniele Prato con Federico Tiezzi
regia Federico Tiezzi
scene Marco Rossi
costumi Giovanna Buzzi
luci Gianni Pollini
produzione ITC2000
durata 90 minuti senza intervallo









