C'è un autore latino, uno francese e uno inglese... non siamo impazziti e questo non è l'incipit di una becera barzelletta, ma l'analisi, probabilmente forzata, del legame esistente tra tre dei più celebrati autori della letteratura mondiale, cui potrebbero tranquillamente unirsi tanti altri, loro contemporanei, successivi e - sicuramente - futuri. Attraverso il sorriso suscitato in chi ha guardato, guarda e guarderà le loro opere, comodamente seduto in una platea o meno comodamente in un suggestivo teatro di pietra, si stigmatizza, a tratti anche ferocemente, l'animo umano, mai in grado di evolversi, ma sempre abile a prestare il fianco a nuove degenerazioni.
Al centro dell'acuta ironia di Oscar Wilde troviamo la società britannica di fine Ottocento, preferibilmente quella nobile o benestante, con i suoi stilemi di tanta apparenza (fuori) e poca sostanza (dentro). Capace come poche altre (ma sarà così?) di additare come non corretto il comportamento altrui e mai capace di provare vergogna per il proprio. Su questa arrogante capacità di autoassoluzione costante, assieme ad altri vizi che mai sono passati di moda (o passeranno) come la corruzione, si fonda la struttura generale del "marito ideale", che abbiamo visto nella messa in scena diretta da Lorenzo De Liberato, opera in costume ottocentesco (a cura di Ornella Centorame e Agostina Narduzzi), ma con un piglio più contemporaneo, e godibile oggi, nell'impostazione attoriale.
In un classico salotto dell'alta borghesia/nobiltà di fine Ottocento si svolge l'annoiato consesso di persone che, per loro fortuna, non devono preoccuparsi di procurarsi di che vivere. Vengono presentati allo spettatore come marionette totalmente guidate dai fili di una società che li alimenta e li opprime allo stesso tempo, ma della quale nessuno vuole privarsi. Perché tagliare il cordone ombelicale, quando lo stesso porta sempre agio e sicurezza? La sopravvivenza di ogni forma di stereotipo è quella che alimenta la stessa società che alimenta gli stereotipi, che lo ha sempre fatto e che - senza una presa di posizione netta e decisa - continuerà a farlo, almeno fino a che qualcuno non ne chiederà la fine. Ma non succederà, lo sappiamo già, e quello che vediamo attorno a noi, nel XXI secolo, avvalora questa amara considerazione.
Lady Chiltern (Ludovica Di Donato) riceve nella propria bella e ricca casa. Tra i suoi ospiti anche una sua passata compagna di scuola, la Signora Chevelney (Luisa Belviso), che non si trova in casa di Sir Robert Chiltern (Tiziano Caputo) per ricordare la propria fanciullezza, ma per dare vita a un ricatto. O Robert, uomo politico, accetta di "aiutare" una sua speculazione, o la donna darà alla stampa una lettera molto compromettente, svelando uno scheletro nell'armadio del politico rampante che lo rovinerà per sempre.
Su questo schema battuto da molti altri autori (citiamo i soli Edgar Allan Poe e Arthur Conan Doyle, per rimanere in ambito anglofono) si svolge il racconto nella sua complessità, che coinvolge, in maniera più o meno marginale, ma con una costante importanza narrativa, tutti gli altri personaggi che si trovano sul palco, mescolando affari di cuore ad affari di portafogli, amore a corruzione, lealtà a bugie, con uno spaccato di società che potrebbe tranquillamente trasferirsi ai giorni nostri, prendere un aereo e cambiare nazione, senza che la drammaturgia ne risenta (ci si permetta un trasferimento cinematografico, sempre leggero, nell'Italia degli anni '60 per citare "Signore & signori", eccellente prova autoriale di Pietro Germi, giustamente premiata al Festival di Cannes).
Dobbiamo quindi rassegnarci, come mirabilmente gridato sommessamente al mondo da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo («Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi») e permettere a coloro che su questo enunciato hanno fondato la loro esistenza di continuare a farlo fino alla notte dei tempi? Al teatro non è richiesto dare risposte, casomai domande e/o una pregevole opera, come quella cui abbiamo appena assistito. Tutto il resto "spetterebbe" a noi.
UN MARITO IDEALE
da Oscar Wilde
regia Lorenzo De Liberato
con Francesca Bellucci, Laura Belviso, Ludovica Di Donato, Matteo Cirillo, Tiziano Caputo, Alessio Esposito, Lorenzo Garufo
assistente alla regia Cristiano Demurtas
costumi Ornella Centorame e Agostina Narduzzi
durata 110 minuti, escluso intervallo







