Immaginate di trovarvi in un locale e di scorgere davanti a voi un jukebox (magari ce ne fossero di più), di quelli a moneta. Che cosa fareste? Sicuramente cerchereste una moneta e scegliereste la vostra canzone preferita, o quella adatta all'occasione o forse quella che sapete essere assolutamente insopportabile per un vostro amico, tanto da fargli un dispetto. E magari vi salirebbe l'amaro in bocca se la tanto agognata canzone o cantante non fosse nella playlist. Un'eventualità che "raramente" succede nello spettacolo degli Oblivion cui abbiamo recentemente assistito.
Cinque solisti in un coro, come già avevamo avuto modo di applaudire (vedi Oblivion, un coro con cinque solisti) che, com'è nel loro modo "dissacrante" di fare, prendono un cantante, lo analizzano, lo sezionano e lo trasformano senza perderne l'essenza. "Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma" diceva Antoine-Laurent de Lavoisier e Graziana Borciani, Davide Calabrese, Clara Maselli (da marzo in scena a sostituzione di Francesca Folloni), Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli, come "novelli scienziati della musica" fanno proprio questo: prendono, dividono, assemblano, fondono, senza per questo dimenticare la mimica o cadere di intonazione, essendo tutti ottimi cantanti.
Dal medley iniziale di tutte le canzoni vincitrici di Sanremo in cinque minuti, al "FestivalZar" in cui le "vecchie" glorie come Albano e Romina, Toto Cutugno, Pupo si esibiscono in Russia - sulle note del jingle "Perché Sanremo è Sanremo!", divenuto "Perché SanPietroburgo è San Pietroburgo!" - gli Oblivion giocano con il pubblico e con lo spettacolo mantenendone una parte "fissa" e l'altra a improvvisazione, grazie ai "suggerimenti" avuti dagli spettatori tramite dei foglietti sui quali, prima dell'inizio dello show, avevano chiesto di scrivere il proprio cantante preferito. Lucio Dalla, Baglioni, Morandi, Freddy dei Queen (il cognome evidentemente era rimasto sulla punta della penna), La donna cannone (anche qui, De Gregori era rimasto imbrigliato nell'inchiostro), Vasco, Ligabue, Britti... Una miscela esplosiva che ha però lasciato lo spazio per apprezzare anche le doti attoriali e comiche del quintetto. Memorabile la parodia di "X Factor", la bonaria presa in giro de "Il Volo" e la trasformazione surreale di Franco Battiato, quando Fabio Vagnarelli prende in mano una scatola di aspirina per presentare "La cura", ovvia, probabilmente, ma veramente divertente.
A corredo dei cinque performers, dei quali si apprezza l'ottima "scuola teatrale (e musicale!) di base, solo dei cubi e parallelepipedi contenitori (di parrucche o piccola oggettistica/attrezzeria) simili ai cubi di Rubik, una scenografia firmata da Guido Fiorato. Il famoso rompicapo diventa forse una chiave di lettura non solo per lo spettacolo, ma per tutta la "teoria musicale" degli Oblivion. ll cubo, nella versione 3×3×3, può assumere ben 43 252 003 274 489 856 000 combinazioni possibili di cui solo una è quella corretta, un po' come nella combinazione di note e nelle trasformazioni operate dal quintetto nelle loro playlist. Ma qual è quella corretta? Forse sta proprio al pubblico scoprirlo.
THE HUMAN JUKEBOX
testi Davide Calabrese e Lorenzo Scuda
con Graziana Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli
musiche Lorenzo Scuda
consulenza registica Giorgio Gallione







