Freevola (recensione)

Era molto più semplice accettarsi quando si era Venere ai tempi del Botticelli, ma oggi?

Lucia Raffaella Mariani
m&s - Lucia Raffaella Mariani in Freevola (foto © Carlo Maradei)

I parametri della bellezza femminile alla fine del '400 li detta la Venere botticelliana. Negli anni '50 e '60, escludendo Marilyn Monroe che gioca un campionato a sé, ci sono le formose dive del cinema in bianco e nero, una su tutte Marisa Allasio. Ma cosa succede a una ragazza di oggi che ha perennemente uno smartphone in mano e i social sempre attivi?

La protagonista scivola timidamente sulla scena con una vestaglia indosso, ingentilita da inserti di pizzo sulle maniche. Ha un'ora di tempo per riuscire a superare la prova delle prove: farsi amare per quello che è. Ci riuscirà? Lo sapremo solo al termine della sua "Confessione sull’insostenibile bisogno di ammirazione". Il timer può partire, non prima di aver dato le necessarie indicazioni a chi è stato, forse incosapevolmente, chiamato a dare un giudizio così complesso. 

Lucia Raffaella Mariani si presenta così, definendosi "mediamente", mediamente bella, mediamente intelligente, mediamente in carne (sottolinea di essere alta 167 cm e di pesare 67 kg), mediamente in praticamente tutto e capiamo che per lei il concetto aristotelico "in medio stat virtus" è un'ipotesi da scartare a priori.

Al suo 1-2-3 si mostra senza vestaglia, indossa un body molto scollato e culotte contenitive (non mi sentivo di venire senza). E inizia con un body shaming autoinflitto, appena un paio di minuti dopo essersi definita mediamente bella. Fino a qua niente di particolarmente strano che non venga condiviso con altre migliaia di ragazze nella sua stessa condizione (mentale) e vittime del condizionamento di una società che - forse perché sono passati troppi anni da quando il cibo mancava - considera il peso corporeo come un male da estirpare. A maggior ragione se la nostra protagonista ha deciso di fare il cinema e di conseguenza deve sgomitare in mezzo a tante altre taglie 38 che si agitano - stupende (ma il termine usato in scena è un altro) - nelle stesse anticamere delle agenzie di casting.

Lucia Raffaella ha sicuramente tutti i motivi di questo mondo per non essere soddisfatta di sé e soprattutto del suo corpo che ha avuto la faccia tosta di "sviluppare", costringendola a indossare il reggiseno e doversi occupare - ogni mese - del fastidio fisico, anche doloroso, del ciclo mestruale. Normalità della vita è il pensiero dello spettatore maschio che ovviamente disquisisce di qualcosa che non conosce. Ma i problemi della nostra eroina non si fermano qui. A partire dalla sua dipendenza dai reparti "Beauty" delle farmacie dove i prodotti (costosi) che assume dovrebbero sortire il miracolo e trasformare il suo corpo in quello che lei ha sempre desiderato. Macché. Eppure c'è chi c'è riuscito e ci sciorina i suoi "miti" di bellezza assoluta, che hanno solo come risultato quello di farla ancora di più odiare sé stessa. E si prosegue semprè più il baratro dell'infelicità, ancora una volta autoinflitta.

Come si gestisce questo conflitto tra lo sguardo del mondo sul proprio corpo e le bambine che siamo dentro? Tra noi stesse che ci sorvegliamo e le bambine che siamo dentro? Si chiede l'autrice nelle sue note. E francamente non siamo nelle condizioni di poterla aiutare con le sue domande.  

Nel suo monologo - ben scritto, puntauale e ben rappresentato - Lucia Raffaella mette acutamente a frutto anche la sua esperienza nella stand up, alternando momenti molto divertenti che, riletti un attimo dopo, hanno non solo il sapore della drammaticità assoluta (perché il suo personaggio esiste ed è purtroppo anche molto diffuso), ma certificano l'assoluta povertà di animo e l'assenza di valori nella volontà assoluta, quasi ostinata, di non voler essere "normali", quando basterebbe invece veramente poco. Accontentarsi potrebbe essere il modo giusto, ma è impossibile volerlo, figuriamoci farlo. 

Non tutti possiamo essere Marilyn, oggetto del desiderio di generazioni e generazioni, ma anche simbolo della solitudine che porta in tragedia. Prendere consapevolezza di sé (pregi e difetti che tutti, nessuno escluso, abbiamo) è l'unica ricetta che serve a farci stare meglio. E non c'è nemmeno bisogno di farsi fare una ricetta.

Chi dovrebbe vedere questo spettacolo? la risposta più semplice è tutti, ma particolarmente chi si guarda allo specchio e non riesce mai a farsi piacere quello che vede. Continuerà a non piacersi, ma avrà almeno "assunto" uno spunto teatrale di riflessione. Se non aiuta, almeno fa bene.

FREEVOLA
Confessione sull’insostenibile bisogno di ammirazione
di e con Lucia Raffaella Mariani
consulenza alla regia e alla drammaturgia Lorenzo Maragoni
disegno luci Dario Aggioli
consulente al movimento scenico Erica Nava
una produzione Trento Spettacoli
con il sostegno di Potenziali Evocati Multimediali
semifinalista al Premio Scenario 2023
selezione Milano Fringe Festival 2023
un atto unico di circa 65 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
Change privacy settings