La commedia della vanità (recensione)

Una delle opere meno conosciute, ma più attuali, di Elias Canetti, un modo per "voltare pagina" su questo nuovo ventennio

m&s - La commedia della vanità (foto © Serena Pea)

Il Teatro (inteso come spazio architettonico deputato a performance artistica) diventa un enorme circo. Un circo nel quale, al posto degli animali (tra l'altro argomento sul quale l'opinione pubblica si divide), degli acrobati o dei clown ci sono le persone "normali", abitanti di una cittadina senza nome, forse vicino a Vienna o a Berlino. Persone alle quali tramite un editto è stato vietato l'uso di specchi e proprietà di immagini che devono essere portati al rogo; chiunque venga trovato con oggetti riflettenti, fotografie, ritratti e i produttori stessi di tali "diavolerie", potrebbero anche essere condannati a morte. Se inizialmente la popolazione appare propensa e forse anche divertita da questa possibilità di estraniamento, con il passare degli anni il divieto di "riflettersi" sembra avere un impatto anche sul "riflettere" inteso come ragione.

"La commedia della vanità" fu scritta da Elias Canetti - nobel per la letteratura nel 1981 - appositamente per il teatro tra il 1933 e il 1934, fu pubblicata solo nel 1950 e rappresentata per la prima volta nel 1965. Nell'assistere alla rappresentazione di questo mondo senza tempo e senza luogo, nel quale la distruzione della propria immagine riflessa o rappresentata porta ad una progressiva disgregazione dell'essere e dell'idea stessa di identità, la domanda che ci si pone, ancor prima di capire perfettamente come si evolverà questa storia, è: cosa succederebbe se questo editto venisse emanato al giorno d'oggi, in una società che fa dell'immagine e della rappresentazione - costruita più che reale - il vero moto della propria esistenza?

Il quesito è assolutamente pertinente e rimane palpabile durante tutta la messa in scena di oltre 4 ore: una durata ampia, a tratti oggettivamente troppo ampia (ma che è comunque la riduzione delle sette ore che avrebbe previsto il testo originale), che restituisce però, attraverso le performance di 23 artisti la grandezza e la "visionarietà" di un testo così "vecchio" solo per età anagrafica. Tutti i personaggi - anche i principali, nonostante come principale forse si riconosca solo e solo drammaturgicamente il predicatore Brosnan - sono "maschere sonore", cioè delle voci in cui chiunque può riconoscersi. Longhi e le maestranze di ERT aggiungono qualcosa in più: se le importanti e veramente belle scenografie di Guia Buzzi - una pedana circolare che ruota all'interno di una gabbia, del circo, ma anche mediatica - sulla quale gli attori paiono delle ballerine di carillon -  sono, non rappresentano, un circo decadente che deborda fisicamente nella platea, i costumi hanno un comune denominatore, una divisa (anch'essa decadente) nera sulla quale si inseriscono gli altri capi volutamente grotteschi che enfatizzano i movimenti e i comportamenti degli attori. 

Ciò che ne emerge è come Canetti e di conseguenza Longhi abbiano voluto rappresentare come l'uomo comune sia un "animali da circo", in un circo che è la società stessa e il cui domatore è l'utilizzo dei media, quantomeno al giorno d'oggi. L'utilizzo dello specchio, ma ancor più profondamente l'idea dell'immagine di sé diventa essa stessa la nostra identità che, privata del suo riflesso, si sgretola fino a scomparire. E' una visione che non può non riportare alla mente il Magritte di "Ceci n'est pas une pipe": la rappresentazione della pipa non "è" la pipa in sé, bensì solo ed esclusivamente la sua rappresentazione. E' come se attraverso le grottesche azioni dei personaggi che cominciano a cercare disperatamente un'immagine, una fotografia, uno specchio per ritrovarsi e ritrovare l'idea che hanno di sé e degli altri, cercando anche di acquistare sottobanco un oggetto riflettente, si percepisse sempre più forte il concetto che l'uomo non utilizza lo specchio, bensì è lo specchio che utilizza l'uomo. E' come se le "diavolerie" vietate siano state così definite perché il diavolo non si specchia, non avendo bisogno di un'identità rimandata da altri. Ottima la performance di tutti i 23 attori considerata anche la durata della messa in scena di un testo difficile che porta spesso ad azioni apparentemente senza senso. Non vogliamo citarne nessuno, citandoli tutti qui di seguito, per rimanere coerenti all'idea della perdita di identità che pervade tutto lo spettacolo. Longhi ci ha già abituati a pièce impegnative concettualmente (La Classe operaia va in paradiso) e con questo lavoro affronta nuovamente tematiche attualissime guardando ad un passato non troppo remoto e lasciando che lo spettatore esca da teatro con più interrogativi che risposte.

LA COMMEDIA DELLA VANITA'
di Elias Canetti
traduzione Bianca Zagari
regia Claudio Longhi
scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Vincenzo Bonaffini
video Riccardo Frati
con Fausto Russo Alesi, Donatella Allegro, Michele Dell’Utri, Simone Francia, Diana Manea, Eugenio Papalia, Aglaia Pappas, Franca Penone, Simone Tangolo, Jacopo Trebbi
e con Rocco Ancarola, Simone Baroni, Giorgia Iolanda Barsotti, Oreste Leone Campagner, Giulio Germano Cervi, Brigida Cesareo, Elena Natucci, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Martina Tinnirello, Cristiana Tramparulo, Giulia Trivero, Massimo Vazzana
musicisti Renata Lacko e Sándor Radics
durata 3 ore 45 minuti

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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