Gli spettatori non abbiano timori, perché per assistere al bel testo, scritto e diretto da Gianfelice Imparato, non sono necessari i documenti, basta essere dotati del solo biglietto di ingresso per la sala dove è o dove sarà in programmazione.
Secondo l'Istituto Treccani il sostantivo "distopia" significa "previsione, descrizione o rappresentazione di uno stato di cose futuro, con cui, contrariamente all'utopia e per lo più in aperta polemica con tendenze avvertite nel presente, si prefigurano situazioni, sviluppi, assetti politico-sociali e tecnologici altamente negativi". Solitamente appannaggio della letteratura fantascientifica, citiamo quali nobili esempi "Fahrenheit 451" di Ray Bradbury, "V for vendetta" di Alan Moore e, ma solo per concludere, l'ucronico "La svastica sul sole" di Philip K. Dick. Ovvio che non poteva mancare il teatro, né in forma di adattamento né come lavoro originale. A maggior ragione oggi, quando la teoria del "corso e ricorso storico" di Gianbattista Vico (sarà un caso che fosse napoletano?) dimostra la sua più che stringente attualità.
Ci troviamo in un futuro indefinito dopo la metà degli anni '90 (Gianfelice Imparato lo ha scritto nel 1993, salendo - allora - sul palco come attore e affidando la regia a Gigi Proietti), l'Italia, o quello che ne resta, è stata divisa in due sotto-nazioni indipendenti, la prima guidata dalla Lega Nord (siamo ovviamente lontani dalle aperture contemporanee odierne che strizzano l'occhio e blandiscono gli elettori non bagnati dal Po), tutti i meridionali, anzi gli "extra-padani", presenti nel territorio sono stati confinati in vere e proprie "riserve", in attesa o di espulsione o di "integrazione", attraverso un difficile percorso di orientamento psicologico, un vero e proprio condizionamento di massa, anche se appannaggio dei pochi che hanno preferito non tornare a "casa". La nuova nazione batte moneta (la lira padana) e intrattiene rapporti diplomatici con l'Ambasciata di Napoli.
Tra i convinti sostenitori del "prima al Nord" abbiamo Gennaro Strummolo (Francesco Procopio), che ha anche costretto la sorella Addolorata (Alessandra D'Ambrosio) a rimanere con lui, sottomettendosi al processo di "cambiamento", prima di tutto di mentalità, ma anche di nome e cognome, mutando da Gennaro Strummolo a Genny Strum (con annessa improponibile parrucca bionda), millantando per questo lontane e poco identificate o identificabili origini austriache. La povera Addolorata rinuncia quindi al proprio nome (diventando Dolores Strum), alle proprie tradizioni e alla propria buonissima cucina (che grave delitto, contro l'umanità della buona tavola passare da sugna, melanzane e cozze a yogurt!), per accontentare il fratello e per ingannare l'assistente sociale, dall'aspetto teutonico, Olga (Claudia G. Moretti), che periodicamente viene a visitare la famigliola per verificarne i progressi di "nordificazione".
Il problema più complesso della tanto agognata convivenza al nord si pone con i poco cortesi vicini "lumbard", ma soprattutto con Ciro (Giovanni Allocca), fidanzato di Addolorata, che proprio non riesce a prestarsi all'inganno, nemmeno volendo impegnarsi, pensiero che in effetti nemmeno lo sfiora, ponendosi a metà strada tra un "posteggiatore" (inteso come musicista) napoletano e l'antesignano del "Cetto La Qualunque", frutto dell'inventiva di Antonio Albanese. Riuscirà Gennaro a portare a termine il suo inganno? E a che prezzo? La risposta come sempre va cercata nelle sale dove la "Casa di frontiera" troverà ospitalità. Che siano nel nord, centro o sud, poco importa, assicuriamo che agli spettatori italiani non verrà mai chiesto di intonare "O mia bela Madunina", l'applauso, invece, verrà sicuramente naturale e a tutti.
La bellezza del testo, che si avvia verso i suoi primi 30 anni, è di non avere alcuna necessità di essere riadattato al momento, perché si presta perfettamente ad essere uno spettacolo contemporaneo, anche non rinunciando ai simboli appena accennati della propaganda politica di allora (i cuscini del divano), senza perdere nulla della propria efficacia scenica. A questa perfetta attinenza al XXI Secolo, con qualche leggera "frecciata" (per chi la sa cogliere) alla comunicazione politica di oggi, si aggiunga poi il cast artistico, che porta valore interpretativo a valore di scrittura. E' una commedia, sicuramente divertente, a patto di dimenticare aberrazioni (reali!) del passato e altre di oggi, anche se ovviamente sono molto lontane dalla fine drammaturgia di Gianfelice Imparato.
Chi dovrebbe vedere "Casa di frontiera"? A prescindere tutti, in particolare chi continua a considerare che qualcun altro sia sempre diverso da sé e che la ricchezza sociale possa essere ottenuta dalla distanza e non dalla vicinanza, dimenticando troppo spesso (o facendo finta di, spazzando via le aberrazioni già citate) che il pianeta sempre uno solo è e che, a meno che non si voglia intraprendere una personale "soluzione finale", tutti ne dobbiamo usufruire, possibilmente rispettandolo e rispettandoci. Per i viaggi stellari c'è ancora tempo e non è detto che i marziani poi ci facciano una buona accoglienza. E perché dovrebbero farlo?
CASA DI FRONTIERA
scritto e diretto da Gianfelice Imparato
con Francesco Procopio, Giovanni Allocca, Alessandra D’Ambrosio, Claudia G. Moretti
musiche Patrizio Trampetti
scenografia Clelio Alfinito
costumi Melissa De Vincenzo
assistente scenografo Dario Pererano
aiuto regia Antonio D'Avino
assistente alla regia Noemi Coppola
scene F.lli Giustiniani
service Live! srl
durata 1 ora e 35 minuti, escluso intervallo









