Il Piccolo Principe, in arte Totò (recensione)

 

Antonio Grosso e Antonello Pascale
m&s - Antonio Grosso e Antonello Pascale in scena (foto © Laura Rondinella)

Siamo tornati a rivedere il tributo teatrale di Antonio Grosso per l'immensa figura di Totò

Antonio Grosso si cimenta nella scrittura e nell’interpretazione di questa opera - che strizza l’occhio al monologo, ma che monologo non può essere definito vista la presenza scenica di Antonello Pascale, “storico compagno di palco” - con rispetto e presumiamo timore reverenziale, descrivendo e raccontando nientemeno che Antonio De Curtis dalla nascita, al successo, alla scomparsa.

Figlio naturale non riconosciuto di Anna Clemente e del marchese Giuseppe De Curtis, come tanti bambini, Antonio cresce per strada, nel Rione Sanità di Napoli. Ed è per strada che Totò, come lo chiama la mamma, guarda il mondo con occhi prima ingenui e poi consapevoli della meraviglia che poteva trovare per attingervi idee, atteggiamenti e tic per diventare il grande e meraviglioso Totò sul palco del Teatro, il suo grande amore.

Grosso non ha quindi paura di indossare i panni del più grande Maestro italiano della comicità del XX secolo e forte del suo essere omonimo comincia a raccontare l’evoluzione e lo stile del Principe della Risata in una scena volutamente spoglia con piccoli accorgimenti di attrezzeria funzionali allo svolgimento del racconto e le giacche iconiche di Totò che rimangono sospese sul palco a simboleggiare la presenza costante e contemporaneamente l’assenza dello spirito dell’Artista.

Solitario e di indole malinconica fin da bambino, Totò, non ancora riconosciuto da De Curtis, dimostrò da subito una forte vocazione artistica che gli impedì di dedicarsi con risultati apprezzabili nello studio. Ai compiti preferiva intrattenere i compagni con piccole recite, condite da smorfie e battute che “rubava” con lo sguardo alle persone osservate di nascosto, tanto da farsi attribuire il nomignolo di “’o spione”. Un metodo che lo seguirà sempre, sia agli inizi che alla fine della carriera e che contribuirà nel creare la sua “famosa maschera”, tra l’altro aiutata da un banale incidente in collegio che deturpandogli naso e mento lo caratterizzò in maniera indimenticabile. 

La madre lo voleva sacerdote e pur frequentando la chiesa come chierichetto era l’abito di scena più che quello talare a ingolosirlo: cominciò quindi a frequentare i teatrini periferici esibendosi – con lo pseudonimo di "Clerment" – in macchiette e imitazioni del repertorio di Gustavo De Marco, un interprete napoletano dalla grande mimica e dalle movenze snodate, simili a quelle di un burattino.

Il resto è storia e Grosso la racconta per quadri che ripercorrono i passi salienti della vita di Totò come ad esempio la troppa affezione nei confronti di De Marco (il pubblico arrivò a tirargli ortaggi perché non voleva l’imitazione), la difficoltà nel raggiungere il teatro dall’altra parte della città e la curiosa scrittura alla Sala Umberto grazie alla sua vanità: amava i vestiti – che non poteva permettersi – e il taglio dal barbiere. Il, potremmo definire, Figaro del momento, Pasqualino, divenuto suo amico, con conoscenze in campo teatrale e impietosito dalle ristrettezze economiche del giovane, riuscì a farlo scritturare da Salvatore Cataldi e Wolfango Cavaniglia, i proprietari, appunto, del Teatro Sala Umberto.

In Pasqualino abbiamo l’opportunità di soffermarci, con un plauso più che meritato, su Antonello Pascale. Un interprete fine, meticoloso, che è capace di fare da “spalla” diventanto protagonista e senza soverchiare il personaggio principale. In tutto lo spettacolo appare perfettamente in ogni ruolo funzionale al dipanarsi della storia, ma nel ruolo del barbiere pensiamo abbia toccato l’apice. Bravo veramente.

Non andiamo oltre nella trama il cui svolgimento riesce a strappare più di un applauso e più di una risata con qualche momento di commozione (altrimenti Totò non avrebbe approvato). Buona la drammaturgia ed anche la scelta dei momenti da raccontare. Chiunque abbia letto biografie o visto e rivisto film – pietre miliari della cinematografia – avrebbe avuto difficoltà nella scelta e siamo sicuri che chiunque assista allo spettacolo esca da teatro pensando “Ma perché non ha raccontato quell’episodio?”. Ma come sintetizzare una vita densa e intensa come quella del Principe?

Se proprio dobbiamo trovare un difetto, lo troviamo proprio in Grosso, ma è normale: onori ed oneri all’autore, regista e protagonista. Abbiamo trovato un po’ troppo enfatizzata la mimica, sicuramente tipica di Totò, ma vagamente estremizzata. A nostro gusto, una leggera “marionetta” in meno non toglierebbe nessuna riconoscibilità, né ad Antonio (Grosso), né ad Antonio (De Curtis).

L’abbiamo però specificato sopra: non siamo noi sul palco, e non abbiamo avuto noi il coraggio di misurarci con quel Gigante della cultura teatrale della risata che era, è, e sarà sempre: Antonio De Curtis, in arte, Totò.

La Bilancia Produzioni
presenta
IL PICCOLO PRINCIPE IN ARTE TOTÒ...
scritto e diretto da Antonio Grosso
con Antonio Grosso e Antonello Pascale
scene e costumi Marco Maria Della Vecchia
disegno luci Giacomo Aziz
durata 75 minuti senza intervallo

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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