E l'anima gli si svelava a poco a poco mentre ascoltava la neve che calava lieve su tutto l'universo, come a segnare la loro ultima ora, su tutti i vivi e i morti.
Ispirato all’Odissea di Omero, "Ulisse" di James Joyce mette a dura a prova anche i lettori più forti per la sua difficile lettura. Joyce si divertì ad inserire nel romanzo enigmi e puzzle che avrebbero tenuto gli studiosi impegnati per secoli a discutere su quello che lo scrittore voleva dire, il che avrebbe reso il racconto "immortale”. La stessa Virginia Woolf, che pure utilizzò alcune tecniche di narrazione in tutto simili a quelle dell’autore irlandese, riuscì a leggere circa duecento pagine con conseguente abbandono: “Mi ha interdetto, annoiato, irritato e disilluso, come di fronte a un disgustoso studente universitario che si schiaccia i brufoli”. Sulla base di questo incipit si percepisce la nostra incoscienza più totale nel voler approcciare all'opera, anche se in forma di lettura scenica (e non per questo meno impegnativa).
L’opera percorre la giornata di Leopold Bloom, immaginata come una vera e propria Odissea, e di un gruppo di abitanti di Dublino tra funerali e gite in spiaggia. Leopold Bloom, il vero Ulisse di tutto il romanzo, è un piccolo borghese, impegnato a tradire la moglie Molly da cui è tradito a sua volta. L'uomo si adatta alla sua condizione conducendo una vita apatica e senza senso. L’unico conforto è nel dialogo con sé stesso, una chiacchierata interiore dove dare libero sfogo ai propri pensieri senza alcuna inibizione. Molte parti del racconto, infatti, sono sviluppate attraverso la tecnica di scrittura, chiamata "monologo interiore", che descrive il flusso di coscienza, in cui i pensieri del protagonista scorrono senza punteggiatura e senza un ordine logico creando molto spesso un distacco dal punto focale di tutta la narrazione.
Anche Molly Bloom, nel finale dell’opera, ci fa sapere cosa le passa realmente in testa: attraverso il flusso della coscienza femminile, vengono ridimensionate e radicate le deviazioni sensuali di Bloom e l'ossessione intellettuale di Stephen, altro personaggio del racconto. Come si può dedurre, Molly è paragonata a Penelope, sebbene ci sia fra loro una differenza sostanziale: mentre Penelope incarna il prototipo di donna fedele, Molly è una donna estremamente passionale e fedifraga. Al corpo si contrappone la mente, la ragione, l'intelletto, che hanno pieno campo nella persona di Stephen Dedalus, il giovane artista incontrato da Bloom in un bordello e che diventa per quest'ultimo quasi un figlio adottivo, seppur per poche ore. Nella lingua di Joyce non mancano momenti grotteschi, che hanno fatto sì che il romanzo fosse ritirato da molti paesi con accuse di immoralità. A differenza dello stile elegante di Virginia Woolf, anche le immagini oscene trovano una nuova valenza estetica, pur nella loro insignificanza. (paragrafo a cura di Luciana Cicerone)
Ci troviamo nella camera da letto di Molly Bloom (Diana Höbel) che, come ogni donna rancorosa, elenca nella sua solitudine notturna il numero delle avventure di basso profilo di Leopold, alternando l'elenco dei difetti - fisici e mentali - del proprio uomo al disprezzo delle sue conquiste, principalmente per un tornaconto economico (il termine più ricorrente è "puttana", assieme a "culo"). Il contesto ci presenta una donna gelosa, quindi forse ancora innamorata, ma allo stesso tempo accanita traditrice, consapevole della difficoltà di un rapporto affettivo che sembra oramai totalmente deteriorato. Un contesto che necessariamente può non avere età e non appartenere ad uno dei più importanti romanzi del secolo scorso, visto che potremmo ritrovare un'analoga situazione in qualsiasi coppia o casa contemporanea. Molly accentua i toni, involgarisce il suo racconto ponendo ogni forma di rapporto avuto al puro incontro di parti di corpo e miscelazione di liquidi (in alcuni punti ci ha evocato un altro monologo, volutamente eccessivo, quello contemporaneo scritto da Cristian Cerasoli). La donna è chiara nel suo convinto tentativo di distruzione di quel poco di sentimento che potrebbe essere rimasto nel suo matrimonio. Ma perché, se la situazione è questa, il suo pensiero torna indietro nel tempo al primo "Sì, lo voglio"?
Luogo come sempre particolare quello scelto dal Festival Quartieri dell'Arte per permettere a Diana Höbel di confrontarsi con Joyce: ci troviamo nel lavatoio adiacente al Castello Farnese di Carbognano (provincia di Viterbo). L'attrice (anche regista del monologo) utilizza la variazione dei toni della sua bella e musicale voce, unita a leggeri movimenti, per restituire il disordine mentale e il flusso di parole senza sosta della protagonista, quasi giocando con le atmosfere della commedia dell'arte. Riusciamo a percepire gli odori e i colori che le parole descrivono, assieme alla forte figura di una donna che non teme il giudizio degli altri, con Joyce che si colloca lontanissimo da altri autori nel modo cupo e crepuscolare di presentarci la sua eroina. La "bellezza" di Molly è proprio questo suo essere così indifferente alle convenzioni di ogni genere, questo porsi in una forma di naturale disprezzo dell'essere umano, uomo o donna che sia. Ma siamo proprio sicuri che il tratteggio descritto abbia quasi un secolo?
MOLLY BLOOM
da Ulisse di James Joyce
regia e interpretazione Diana Höbel
produzione Museo Joyce (Trento Spettacoli)
durata atto unico da 40 minuti, senza punteggiatura









