Pesce d'aprile (recensione)

Daniela marcia, passo dopo passo, giorno dopo giorno. La sostiene il pensiero non di quello che non può più fare, ma di quello che ha in più

immagine di un uomo e di una donna su sedia a rotelle
m&s - Cesare Bocci e Tiziana Foschi

Dopo aver letto il libro “Pesce d’aprile” (edito da Sperling & Kupfer), scritto da Cesare Bocci e Daniela Spada, ed aver assistito alla drammaturgia dello stesso, grazie alla “penna teatrale combinata” di Bocci con Tiziana Foschi, per qualche strano rimando mentale, ci è balenata davanti la frase di Eduardo De Filippo: “Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri, nella vita, recitano male”.

E’ strano, ce ne rendiamo conto da soli, ma il cervello (ed il cervelletto, come ci insegna la vicenda narrata nel libro e sul palco) è un misterioso organo che governa gran parte del nostro corpo e che spesso crea associazioni particolari: in questo caso sembra quasi un ribaltamento, un gioco di specchi e, nello stesso tempo, di parallellismi considerato che sul palco viene vissuto (o sarebbe meglio dire ri-vissuto) e stavolta con un copione ben definito senza gli imprevisti della vita reale, quanto accaduto a Cesare Bocci e alla sua compagna Daniela Spada, a partire dal 1° aprile del 2000: coppia dal 1993, una figlia in braccio da qualche giorno, Daniela viene colpita da un ictus conseguenza di un embolo arrivato, appunto, fino al cervelletto. Venti giorni di coma, il risveglio e la riabilitazione. Insieme la speranza, la battaglia tanto sua quanto del compagno (ed anche della figlia) nei confronti della malattia, dei pregiudizi, della vergogna, della burocrazia. Un racconto commovente impregnato di speranza che farebbe cadere una lacrima anche alle persone più insensibili.

Nel libro le voci scriventi sono quelle di Bocci e della Spada; sul palco quella della donna è "diventata” Tiziana Foschi che ha contribuito appunto anche alla traduzione teatrale. In scena ci sono solo loro due, almeno fisicamente. Bocci interpreta se stesso, si cala nel personaggio mantenendo le emozioni e vivendo in maniera catartica (come d’altra parte ha vissuto la scrittura del libro) questo “documentario teatrale” riuscendo ad estraniarsi dal suo vissuto per dare vita ad un’interpretazione che appare in egual misura serena e toccante. Cura anche la regia, ma ne affida la supervisione ad un “collega” - Peppino Mazzotta - che lo ha aiutato a equilibrare maggiormente la partecipazione (emotiva) con l’interpretazione.

La Foschi, alla quale è affidato il ruolo più impegnativo, più faticoso - anche dal punto di vista fisico - affronta con decisione e grinta la sfida di diventare non solo la Spada, ma anche tutti coloro i quali hanno vissuto una malattia, un problema, una disabilità, uscendone sicuramente vincente. L’interpretazione non scade mai nella retorica e l’attrice riesce a passare, senza difficoltà - ma siamo sicuri che abbia nascosto molto bene la fatica - dalle parti pre a quelle post ictus, con una padronanza della propria fisicità assolutamente invidiabile.

La scena appare spoglia, senza una connotazione scenografica precisa. In realtà l’ambiente (curato da Lodovico Gennaro) diventa un non-luogo per antonomasia. E’ il “passato” nel quale Bocci e la compagna si incontrano; è l’ingresso dell’ospedale nel quale la donna partorisce la loro bambina; è la loro casa, quella nella quale la donna viene colpita dall’ictus; è la stanza nella quale trascorre i giorni di coma; quella dove comincia la riabilitazione; è la sala dove la commissione medica la sottopone a visita per confermarle - dopo dodici anni - la disabilità. Questo non luogo è anche la “prigione” nella quale si ritrova Daniela mentre il corpo rifiuta di rispondere, è la rete (basta guardare il fondale) nella quale si “imbriglia” questo “pesce d’aprile” che si dimena, si dibatte, cercando una via d’uscita a questa cattura. Sono le fessure, attraverso le quali Cesare e Daniela vedono passare spiragli di luce, sono le fessure attraverso le quali le persone “normali” guardano quelle con “problemi”. In mezzo una pedana, un enorme gradino: un simbolo, sia di ostacolo che di crescita, rinascita, evoluzione.

Indicativa dell’intenzione che permea tutto lo spettacolo è una delle battute recitate dalla Foschi nella quale il suo personaggio inveisce contro quel “maledetto” gradino. Da piccola, quando ancora si muoveva gattonando, è stato ciò che l’ha aiutata ad alzarsi in posizione eretta ed ora è l’ostacolo che la fa cadere, per farla tornare a terra. E’ il gradino che simboleggia tutte le scale, le barriere architettoniche - che purtroppo spesso sono anche mentali - che Daniela vedeva dal letto di ospedale, che una persona con difficoltà si trova davanti tutti i giorni. Sono gradini fisici, ma sono anche psicologici. Un racconto lucido, ironico, che abbiamo apprezzato ancor maggiormente dopo la breve chiacchierata che ci hanno concesso i due attori-autori che porta a curvare le labbra verso il sorriso, strappa qualche risata, lacrime (molte) e lancia un messaggio di speranza. Un racconto non uguale a quello narrato nel libro - ci hanno raccontato - per ovvi motivi drammaturgici, ma anche per le curiosità che sono nate durante la stesura del "copione", ma con un messaggio d'amore che viene recepito in egual misura nonostante il pubblico sia diverso serata dopo serata. “Essere diversi vuol dire tante cose, prima di tutto vuol dire essere”, scrive Daniela Spada nel libro e sia Cesare Bocci che Tiziana Foschi, dal palco, “sono” nell’accezione più completa della forma verbale.

PESCE D'APRILE
drammaturgia di Cesare Bocci e Tiziana Foschi
tratto dall'omonimo romanzo di Cesare Bocci e Daniela Spada
con Cesare Bocci e Tiziana Foschi
musiche e sonorizzazioni Massimo Cordovani
costumi Paola Bonucci
scene Lodovico Gennaro
disegno luci Francesco Vignati
direzione tecnica Vai Con La Sigla
produzione esecutiva Arturo Morano
organizzazione generale Tiziana Lo Cascio e Vincenzo Fazio
progetto grafico Daniela Spada
regia Cesare Bocci, con la supervisione di Peppino Mazzotta
produzione Art Show
durata 90 minuti senza intervallo

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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