Play Dead (recensione)

Un teatro fisico contemporaneo, una contaminazione tra gesto scenico, acrobazia e danza

Play Dead
m&s - Play Dead (foto © Melika Dez)

È questo lo spettacolo portato in scena in Italia da People Watching: “Play Dead”, letteralmente “Fare il morto / Fingersi morto”; oppure “giocare” a fare il morto. 

È forse nell’accezione di “play” nella traduzione di “gioco” che si può trovare la chiave di lettura dello spettacolo del collettivo canadese People Watching, portato in Italia per la prima volta da Ater Fondazione (noi lo abbiamo intercettato al Duse di Bologna). Ma “play” significa anche recitare - ed anche suonare se vogliamo essere veramente pignoli - e i sei performer di origine canadese che si muovono sul palco trasformando l’ambiente domestico in un gioco di incastri incarnano perfettamente tutte le traduzioni possibili del verbo. 

Il collettivo – nato durante la pandemia – porta sulla scena uno spettacolo che vive di quadri, frammenti, collisioni tra reale e surreale, senza una linearità drammaturgica vera e propria, ma piuttosto una ricerca di incontro e scontro nella quotidianità domestica che si infrange attraverso il contatto dei corpi, dei gesti, dei movimenti, delle acrobazie di sei artisti che sfidano le leggi della gravità ed anche quelle della propria fisicità.

Eppure l’impatto visivo, la composizione corale e il linguaggio scenico così ibrido ha comunque un inizio, uno svolgimento ed una conclusione, attraverso l’utilizzo di attrezzeria che è semplicemente funzionale al gesto. Probabilmente la forzata prigionia in un luogo chiuso hanno contribuito a  creare questa forza dirompente che cerca di uscire - pur rimanendo all’interno dello spazio del palco – dagli schemi e dalla chiusura (anche e soprattutto mentale.

Il gesto atletico non è mai puro virtuosismo, ma diventa strumento drammaturgico e strappa anche risate oltre a far rimanere con il fiato sospeso. L’acrobazia si intreccia alla danza, il gioco fisico all’ironia, in un accumulo di immagini che sembrano sovrapporsi come gli abiti buttati su una sedia sera dopo sera. Il ritmo è serrato con rari momenti di sospensione che non spezzano la tensione, ma anzi, la amplificano creando una relazione tra artisti, tra performer e pubblico, tra spazio e corpo che lo riempie e nello stesso tempo cerca di rifuggirlo.

Un continuo oscillare tra vitalità esplosiva e sospensione, tra esplosione ed implosione, tra controllo e abbandono, tra vita e “morte”. La drammaturgia latente (ribadiamo, non apparente ma sicuramente esistente) richiede grande coesione tecnica di una compagine che lega il suo background nei The 7 Fingers, Circa, Cirque du Soleil e Jacob Jonas the Company. Un’esperienza più che una storia, una visione evocativa di sensazioni, impressioni  sicuramente soggettivi.

Se dovessimo azzardare un’immagine che – neppure capiamo perché ma non ci interessa domandarcelo cercando per forza una spiegazione – a chi scrive è venuta in mente il cubo delle forme della propria infanzia:  c’era (ma esiste tutt’ora) un coperchio con  aperture sagomate, disposte su 4 facce, in cui inserire i pezzi di forme diverse. I pezzi colorati si potevano sollevare, afferrare, esaminare e incastrare nel cubo.  Una volta inseriti tutti i pezzi, si poteva svuotare il cubo e ricominciare daccapo.

ATER Fondazione, Fondazione Piemonte dal Vivo presentano
People Watching
in
PLAY DEAD
ideazione, regia, interpretazione Brin Schoellkopf, Natasha Patterson, Jarrod Takle, Jérémi Lévesque, Ruben Ingwersen, Sabine Van Rensburg
disegno luci Emile Lafortune
scenografia Emily Tucker
musica e sound design Colin Gagne, Francisco Cruz, Olivier Landry-Gagnon, Stefan Bouchard
con il contributo di Conseil des arts et des lettres du Québec

giornalista
A 25 anni volevo lavorare nel mondo del Teatro. Ora ne scrivo con la stessa passione di allora, facendo molte incursioni nell'arte e meno nella musica.
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