C’era una volta un pastore che si rivolse ad un usignolo chiedendogli perché avesse smesso di cantare, privandolo così della piacevole compagnia della sua voce melodiosa. L’uccellino rispose tristemente che il rumoroso gracidare delle rane gli aveva fatto passare la voglia di cantare. Il pastore ribadì di essere anch’egli infastidito dal gracidio delle rane, ma che era proprio il silenzio dell’usignolo a condannarlo a sentirlo.
Fin qui la favola del letterato e filosofo tedesco Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781) la cui allegoria accese la fantasia di Glauco Mauri che con Roberto Sturno produsse alcuni anni fa una pièce di successo “Il canto dell’usignolo”, mettendo insieme ed in ordine vari brani e versi di Shakespeare tratti da Enrico V, Come vi piace, Macbeth, Riccardo II, Timone d’Atene, i Sonetti, Giulio Cesare, Re Lear e La tempesta. Una sorta di mosaico percorso da un filo sottile e coerente, per cui ogni brano si allaccia al successivo come a formare un unico canto.
Ne risulta un dialogo serrato e denso di pensiero già rappresentato in molte parti d’Italia, che Mauri col peso di tanti anni di tavolaccio ha portato in scena nella nuova versione, dopo la recente scomparsa di Roberto Sturno, con Marco Bianchi che già conoscevamo per il suo “Il giorno perfetto” spettacolo-food tra ricordi di famiglia e riflessioni sulla buona tavola, proposti con ironia e sorriso nel presupposto che “cucinare è un gesto di amore”. Musiche composte ed eseguite da Giovanni Zappalorto alle prese con un gran coda Petrof e una tastiera elettronica. Alle percussioni (due timpani e un rullante) Marzio Audino ed elementi scenografici di Marta Crisolini Malatesta che tinge di colori la grande tela di fondo con le luci di Alberto Biondi.
La classe adamantina dell’attore pesarese (93 anni appena suonati), seppur velata da un tono di voce più confidenziale, viene da lontano, dagli anni giovanili quando nei primi Sessanta del secolo scorso fondò la Compagnia dei Quattro con Franco Enriquez, Valeria Moricone ed Emanuele Luzzati. Nella sua lunga carriera, avviata sotto la guida di Orazio Costa, Mauri si è confrontato con i migliori attori del teatro italiano Luigi Vannucchi, Mario Scaccia, Enrico Maria Salerno, Anna Proclemer, Lilli Brignone, Giorgio Albertazzi e molti altri.
Oggi con la sua criniera bianca e scomposta da Re leone di palcoscenico, trova ancora la forza e la mente di ipnotizzarci con inquietudini, interrogativi, insinuazioni, dubbi, assumendo di volta in volta tonalità espressive diverse e accenti densi di colore, a martellare il nostro quotidiano. Stavolta ci mette in guardia da banalità e volgarità, con la metafora delle rane paragonate a cicalecci e frastuoni che danno fastidio, sanno di niente e annullano il “cinguettio dell’usignolo”, un canto di poesia ed umanità che William Shakespeare affida ai suoi personaggi, tra amore, morte,vendetta, perdono, brutalità, sollecitandoci, senza mai giudicare e condannare: magari a cantare, se ne abbiamo voglia e possibilità.
Se Enrico V evoca col suo potente monologo le gesta eroiche che passeranno alla storia, la commedia pastorale Come vi piace, è un inno alla vita semplice (diversa da quella avvelenata di corte) tutta perdono e redenzione. In Macbeth la sete di potere per interessi personali conduce ad errori ed orrori. La parabola narcisistica di Riccardo II da re a bifolco, alla ricerca di un nuova identità, prelude all’oscura tragedia di Timone d’Atene con un assolo vibrante contro il denaro (l’oro), stimolo perverso di azioni meschine. A riequilibrare le tinte fosche dell’avidità, ci vengono in soccorso i Sonetti (Mauri e Bianchi scelgono tra i tanti i 29, 22, 66 e 71) che vanno a sfiorare le mille sfumature dell’Amore, da quello passionale a quello più delicato e intimo. Tutt’altro scenario quello delle Idi di Marzo: il “j’accuse” di Antonio, ai funerali di Cesare, è un monito alla Roma di allora, dove i miti sorgono e decadono per essere sostituti da altri che a loro volta crolleranno “Vendetta va dove vuoi tu”. Di Re Lear si racconta il tradimento di due delle tre figlie che lo faranno impazzire e nella Tempesta, ultima fatica di Shakespeare, si passa agli ammonimenti del folletto Ariel che insegna al mago Prospero sentimenti nobili, come pietà e perdono.
L’incantesimo che i “Due” campioni di scena ci hanno provvidenzialmente trasmesso, si trasforma da sogno a brusca realtà all’accendersi delle luci in platea, dove ci siamo noi, muti e attoniti, a rispondere con prolungati applausi al vegliardo Glauco Mauri, al sorprendente Marco Bianchi, all’Usignolo e a Shakespeare. La battuta finale di Mauri a sipario ancora aperto ci coinvolge “Siamo tutti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”.
Vincenzo Ceniti
Glauco Mauri
in
IL CANTO DELL’USIGNOLO
con Marco Bianchi
musiche di Giovanni Zappalorto
elementi scenografici Marta Crisolini Malatesta
luci Alberto Biondi
piano e tastiere Giovanni Zappalorto
percussioni Marzio Audino








