I remi si spezzano, la prua si rivolta, offre all’onde il fianco: gli corre incontro il monte d’acqua scrosciando. Pendono questi in vetta al flutto, a quelli l’onda, che piomba, apre tra i flutti la terra, schiuma e sabbia ribollono.
Tre navi il Noto afferrando, su scogli insidiosi le getta (Are li chiamano gli Itali, nel mezzo dell’onde dorso immane a fior d’acqua); tre l’Euro dall’alto spinge alle Sirti sabbiose, spettacolo degno di pianto, in mezzo alle secche le caccia, le stringe una morsa d’arena. Una, che i Lici e il fido Oronte portava, enorme piombando, davanti ai suoi occhi, un maroso investe a poppa: ne balza via il timoniere e a capofitto precipita; l’onda tre volte fa roteare la nave, il vortice avido l’inghiotte nel mare.
Si vedono corpi nuotare dispersi pel gorgo funesto, armi guerriere, e tavole, e teucri tesori fra l’onde. Già d’Ilioneo, d’Acate guerriero già la valida nave, e quella d’Abante, e quella che il vecchio Alete trasporta, son vinte dalla tempesta: già tutte, sconnesso il fasciame, accolgono l’acqua nemica, le falle s’allargano.
Nel I Secolo avanti Cristo Publio Virgilio Marone scrive quello che a ragione verrà considerato il suo capolavoro assoluto: l'Eneide. La forza dei versi del poeta romano trovano compiutezza anche nella descrizione che viene fatta della tempesta che colpisce le navi dell'esule Enea, alla ricerca di un porto sicuro e di pace dopo il massacro sistematico effettuato dai greci nella città di Troia. Morire o imbarcarsi alla ricerca di maggior fortuna: è questa l'unica alternativa che si pone davanti agli occhi dei pochi troiani superstiti. Tentare di sopravvivere gettandosi in mare o avere la certezza di morire, con donne, bambini e vecchi, questi ultimi principalmente incolpevoli di una guerra "mitica", ma assurda come ogni altra guerra, del passato, del presente e del futuro, perché molto difficilmente "l'uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare" (citazione da Auschwitz, 1967).
"Una storia di mare, di fuga dalla guerra, di migrazioni che trova immediato riferimento nelle cronache attuali del Mediterraneo e delle nostre coste", leggiamo nelle note che accompagnano lo spettacolo, in attesa che la compagnia - un attore come voce narrante e tre eccezionali ballerine - vada in scena. Abbiamo la percezione che lo spettacolo che ci attende sarà di grande coinvolgimento, ma - onestamente - non pensavamo lo sarebbe stato fino a questo punto.
Come la tempesta travolge Enea, così la danza coinvolge noi spettatori, trascinandoci nelle atmosfere epiche, ma spostandoci con grande forza nella nostra contemporaneità, tra quelle "bacinelle" senza speranza che ospitano ogni giorno centinaia e centinaia di disperati, alla ricerca di una possibilità di vita migliore che il più delle volte non si avvererà.
Tanti "morituri" colpevoli di essere nati nel luogo e nell'epoca sbagliata. Enea in fin dei conti non è che un "banale" migrante come tanti altri suoi simili, con la differenza di essere sopravvissuto come "mito" e non essere, invece, un povero diavolo alla ricerca disperata di un pezzo di pane per nutrire i propri figli. Ed ha dalla sua anche gli dei e la letteratura, mentre i poveri diavoli senza patria e senza futuro, gli altri, si devono imbattere nella disarmante disperazione di un marinaio (Sebastiano Tringali) che non può fare altro che raccogliere e ammassare cadaveri. Ogni giorno si procede nella conta inesorabile, come il destino tracciato dalle Parche.
I tre corpi di Paola Saribas, Rosa Merlino e Carlotta Bruni si muovono sinuosi sul palco, con un perfetto controllo zione del gesto fisico che trasforma la danza e i suoni in profonde suggestioni, evocative di vita e soprattutto di morte. I numeri reali sono impietosi (430 imbarcati e 330 morti, e non ci riferiamo a quelli dell'Eneide) e noi spettatori non possiamo che assistere impotenti, cercando di percepire solo la grande bellezza di quello che stiamo vedendo, provando a convincerci che si tratta solo di uno spettacolo e non dell'amara trasposizione su di un palcoscenico di una triste realtà, che come tale si ripete giorno dopo giorno, nell'indifferenza generale, se non nel compiacimento - incomprensibile per un essere umano - da parte di alcuni. "Memorie di vite mai vissute abbastanza sono interrotte dalla tempesta di ricordi che si mescolano alle speranze nella ricerca di un futuro - troppo spesso - negato". Sarà sempre così? Speriamo di no. Nel frattempo, in attesa che l'umanità provi seriamente a migliorare sé stessa, suggeriamo la lettura scenica di un'altra forma di tempesta, quella espressa nel "MadeInTerraneo" di Andrea Di Palma (leggi la nostra recensione). Come sempre è la cultura a doversi far carico delle domande, visto che le risposte continuano a latitare.
TEMPESTA
dall'Eneide di Virgilio (Libro I)
drammaturgia Sebastiano Tringali
regia e coreografia Aurelio Gatti
con Sebastiano Tringali
e con Paola Saribas, Rosa Merlino, Carlotta Bruni
drammaturgia sonora Aurelio Gatti
composizioni originali Fabio Lorenzi
produzione Mda Produzioni Danza
durata un atto unico di 55 minuti








