D'Io. In fondo mi credo (recensione)

All the lonely people / Where do they all come from? / All the lonely people / Where do they all belong?
immagine di un uomo e di un sanitario
m&s - Emilio Celata, protagonista de D'Io in fondo mi credo

Se metti assieme tre autori (due dei quali sono fratello e sorella, ma non è la loro parentela un fattore importante), un interprete residente e "disorganizzato" e un regista che ama giocare, per primo con sé stesso, otterrai questo piccolo ma costante caso di successo drammaturgico che va sotto l'etichetta Te.Bo. Produzioni. In ordine alfabetico: Elisa Celata, Emilio Celata e Sandro Nardi sono le tre punte del triangolo teatrale che si diverte sopra e sotto il palco e soprattutto fa divertire chi assiste alle loro performance, una dopo l'altra.

Per dare maggiore chiarezza, riavvolgiamo il nastro dei nostri ricordi teatrali. La nostra DeLorean si arresta abbastanza presto: al 2018, anno di visione di Alcool. Quando tutto offusca la mente. Sandro Nardi ed Emilio Celata avevano offerto ai nostri occhi i prodromi (nell'accezione positiva) di quello che poi avremmo visto successivamente. Principalmente regista il primo e interprete il secondo, ci avevano piacevolmente stupiti con un testo sulla solitudine, declinata in più motivi e modalità, tra cui anche quelli alcoliche e musicali. Con l'inserimento in scrittura di poco successivo di Elisa Celata si è andato a completare il trio autoriale che, come il numero 3, sembra essere perfetto. Ne è prova l'equilibrio drammaturgico di Anna Karenina (un condensato dell'opera di Tolstoj in una sola ora di teatro) e la loro versione del mito del minotauro, che agevolmente riamalgama Dante con una punta attoriale (complice Dante Alighieri) che... va vista in teatro!

E visto che non ci può essere due senza tre, ma anche quattro (un nuovo spettacolo è in preparazione), arriviamo alla messa in scena di D'IO In fondo mi credo, che abbiamo visto per ultimo, ma che è stato scritto per primo. Sarà un caso?

Al centro del racconto abbiamo uno scrittore in piena sindrome da foglio (o schermo) bianco. Indossa una camicia a righe, un gilet a quadri, occupa uno spazio "sederale" e si trova a suo agio solo nella propria e accogliente stanza da bagno. Ha la necessità anche fisica di scrivere una nuova opera ma, come accade a molti, è senza idee. La sua testa è occupata esclusivamente dai suoi disturbi ossessivi compulsivi (d.o.c.), che invece non lo lasciano mai da "solo". Si lava le mani migliaia di volte al giorno, non tocca nulla che possa essere stato minimamente contaminato da altri, controlla di aver chiuso il gas, spenta la luce, chiusa la porta, ascolta sempre e solamente "Eleanor Rigby" e regola il volume della musica solo sui numeri pari: tante piccole manie che si susseguono in un tragico e divertente (per gli spettatori!) loop, che si traduce comunque nella solitudine assoluta. Chi, infatti, potrebbe sopportare un compagno che non si esprime fino a quando l'orologio non abbandona le 20:03, oppure getta lo scompiglio in un ristorante perché "deve" raddrizzare un quadro storto, appeso così da chissà quanti anni?

L'ansia non è una scelta. È energia inespressa. È carattere mortificato per far contenti gli altri, per rispettare un codice culturale, per assecondare il mondo esterno, leggiamo nelle note che accompagnano lo spettacolo. E per sopravvivere a sé stesso il nostro eroe si rifugia in un suo mondo parallelo e perpendicolare dove l’assurdo è possibile e l’incredibile diventa strumento. Se la pièce fosse stata scritta oggi e fosse stata scontata - ma non lo è - parleremmo di metaverso, in ogni caso il risultato c'è ed è godibilissimo: prende infatti vita il racconto tanto cercato di Zelindo e Zelanda, coppia di pescatori dell'impossibile e improbabile (sarà così?) paesino di Sant'Ignoro Rifiutato (il nome è tutto un programma e spiega chiaramente l'approccio alla conoscenza degli abitanti). La loro storia è comunque così avvincente da prendere il sopravvento sull'autore stesso che - colpito dalla conflittualità causata dal successo dei personaggi (illustre capostipite Arthur Conan Doyle) - comunque recupera anche se faticosamente il "controllo" per trascinarci, tra risate e applausi, verso il finale che va assolutamente visto in teatro.

Scritto prima degli altri spettacoli già citati, D'Io. In fondo mi credo è un trascinante gioco di libertà espressiva teatrale, all'interno del quale il trio di autori si permette una propria e piena autonomia, non dovendo né rapportarsi con un testo sacro dell'Ottocento (Anna Karenina), né con un mito classico (Il Minotauro), anche se sempre affrontati a modo loro. I giochi di parole sono frequenti (comandamenti diventano comodamenti), le rivisitazioni delle favole in salsa comunista sono spassose. Ogni racconto da principale diventa secondario, per poi tornare in primo piano e cedere di nuovo il passo ad altro. Il risultato è pienamente convincente, intelligente e non solo molto divertente. Alzi la mano chi tra di noi non abbia mai compiuto uno dei gesti del protagonista. Nessuno? Non "vi crediamo".

Teatro Boni 
presenta
D'IO. IN FONDO MI CREDO
di Emilio ed Elisa Celata e Sandro Nardi
con Emilio Celata
regia Sandro Nardi
disegno luci Filip Marocchi
scenografia Sandro Nardi
durata un atto unico di circa 75 minuti

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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