Si nota solo all'imbrunire (recensione)

E' una storia di solitudini che "si nota", ma solo "all'imbrunire" di un prezioso racconto teatrale

immagine di un uomo con in mano un libro
m&s - Silvio, il protagonista di Si nota solo all'imbrunire (foto di Maria Laura Antonelli)

Solitudine per scelta, solitudine per abbandono, solitudine per necessità, solitudine per pandemia, volendo cavalcare la stretta attualità: ma esiste veramente un giustificativo che ci permetta di dare un motivo alla nostra solitudine? Non potrebbe più semplicemente trattarsi di una espressione di volontà? Interrompiamo subito questa pericolosa quanto inutile nostra digressione prima che possa portarci lontano dal tema prinicipale espresso nel testo scritto e diretto da Lucia Calamaro, con protagonista Silvio Orlando.

L'attore (che nella finzione mantiene il suo vero nome) è un medico in pensione, ritirato da tempo in un piccolo paesino di campagna, ma con supermercato Coop (e terribile cassiera) nelle vicinanze e pochissimi (in totale 14) ma discreti vicini, comunque tenuti sempre a debita distanza. Come ogni persona votata alla solitudine Silvio ha come "cattive compagnie" (distorsione da Paul Valery) buone letture (le poesie di Giorgio Caproni) e buona musica (le composizioni di Rachmaninov), ma ha anche una famiglia, composta da tre figli e un fratello, tutti preoccupati della sua condizione di isolamento "volontario", l'unico a non esserlo è proprio il padrone di casa. L'occasione per una pacifica invasione è costituita dall'anniversario della scomparsa della moglie di Silvio, ma anche dal suo prossimo compleanno: occasioni che non consentono all'uomo di rifiutare l'ingresso nella casa ai quattro consanguinei.

Maria Laura (Rondanini) è la figlia più grande, probabilmente avviata nella stessa professione del padre, anche se - apparentemente - meno dotata di quel necessario distacco che permette ad una persona di occuparsi della salute di un'altra, senza esserne sopraffatta. Alice (Redini) è una scrittrice/poetessa in perenne ricerca di ispirazione (che non arriva mai) e che invece si trova sempre a scontrarsi con i versi, già scritti, di qualcun altro, ovviamente reso celebre proprio da quelle parole (se fossimo in una commedia troveremmo molte analogie con la guardia scelta Giuseppe Manganiello, interpretata da Peppino De Filippo in un delizioso film di Mauro Bolognini del 1956). Il terzogenito, Vincenzo (Nemolato), ha una professione troppo moderna, legata all'online e di conseguenza poco comprensibile a chiunque, ma è probabile che oramai non se ne curi più molto. Roberto (Nobile) è il fratello di Silvio, fisicamente predominante anche se i suoi ragionamenti, la logorrea e le dimenticanze lo rendono meno "autorevole" di quanto vorrebbe e dovrebbe essere, specialmente negli scontri di personalità con l'altro fratello.

L'isolamento caparbiamente voluto da Silvio, dagli altri, ma anche dalle proprie paure o dalle proprie certezze, si trova ad essere "circondato" da così tanta e variegata umanità, eccessivamente vicina e allo stesso tempo ancora lontana, per la quale il protagonista prova sopportazione e non amore, emblematico il non riuscire ad abbracciare la figlia. Riceve e dà considerazione e ascolto, ma non amore, quel sentimento che - percepiamo - sembra essere riservato a quell'unica figura venuta a mancare dieci anni prima, per la quale si prova nostalgia e dalla quale ci si sente abbandonati. Il muro è comunque sgretolato, anche se è ricostruibile con veramente poco, come poi avremo modo di vedere andando avanti.

Il testo e la regia di Lucia Calamaro riescono in due ore appena a fornire ad ogni spettatore tutta una serie di validi motivi per entrare in una sala teatrale. Andando in ordine sparso, abbiamo trovato un cast artistico in ottima forma, in grado di restituirci tante diverse sfaccettature del mestiere dell'attore/attrice, con la scrittura che mette a disposizione di tutti gli interpreti momenti topici per un "assolo" di indubbia efficacia scenica, dei quali tutti "approfittano". Il contesto generale nel quale si muove la narrazione si incentra sicuramente sull'essere soli, ma si muove agilmente e poeticamente, consentendo esplorazioni più intime di un nucleo familiare particolare (ma non troppo), dai caratteri mai accennati, ma sempre analizzati, in uno stile lontano ma nello stesso tempo vicinissimo a Mario Monicelli, altro grande esploratore dell'essere solo, con pregevoli citazioni "eduardiane". Molto bella l'ampia e luminosa scenografia che aggiunge respiro alla vicenda e non - come ci si potrebbe attendere viste le tematiche - induge nella cupezza. Non ne abbiamo bisogno, basta l'animo umano per questo. Uno spettacolo che, come ci capita spesso, consigliamo a tutti quei lettori che non l'abbiano ancora visto, ma allo stesso tempo invitiamo a rivedere. Perché le tante anime che coesitono in noi (anche se vivono in case isolate) vanno sempre assecondate, osservate con cura e, quando possibile, capite.

SI NOTA ALL'IMBRUNIRE
Solitudine da paese spopolato di Lucia Calamaro
con Silvio Orlando
e con (in ordine alfabetico) Vincenzo Nemolato, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondanini
regia Lucia Calamaro
scene Roberto Crea
costumi Ornella e Marina Campanale
luci Umile Vainieri
produzione Cardellino S.r.l. in collaborazione con Napoli Teatro Festival 18
durata 2 ore intervallo escluso

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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