Entriamo in teatro cercando di mettere una separazione mentale tra "il commissario più amato (e affascinante) d'Italia" e quello che vedremo questa sera. Un testo di lingua inglese (Ronald Harwood è nato in Sud Africa) di un autore già notissimo al grande pubblico per avere scritto le sceneggiature di due film molto visti: "Il servo di scena" di Peter Yates del 1983, tratto da una sua commedia, e "Il pianista di Roman Polansky del 2002, per il quale ha ricevuto il Premio Oscar alla migliore sceneggiatura non originale l'anno successivo. Evitando ogni inutile e sciocco raffronto con Andrea Camilleri, ci concentriamo per la visione di "La Torre d'avorio". Quello che Harwood mette in scena è un rebus morale delicatissimo, in fondo al quale sta uno dei problemi più discussi e irrisolti della storia: l'autonomia dell'arte di fronte all'ingerenza della (cattiva) politica.
Berlino, anno 1946: i militari americani stanno svolgendo le indagini preliminari sui nazisti da portare alla sbarra al processo di Norimberga, durante il quale il mondo occidentale, ma soprattutto vittorioso, presenterà il conto dei milioni di morti passati per i campi di sterminio. Scelte assurde dettate dal fanatismo contagioso di pochi su molti.
Nell'ufficio del maggiore Arnold (Luca Zingaretti), il famoso direttore d'orchestra Wilhelm Furtwängler (Massimo De Francovich) è a colloquio con l'ufficiale americano. Il militare si mostra ignorante, rozzo e offensivo, senza alcun rispetto per quello che tutti, compresi i tedeschi antinazisti, considerano un genio della musica. Di fronte a lui, Furtwängler, nella "torre d'avorio" del suo genio artistico, fatica a non perdere la sua compostezza e il suo ostentato senso di superiorità. I due non riescono a comprendersi, anche se paiono fatti della stessa pasta, parlano linguaggi diversi e dal loro scontro (processuale, etico e culturale) nascono piú che risposte nascono domande.
Il maggiore Arnold è un uomo rigido, crede solo nei suoi dettami e, per giunta, non sopporta Beethoven. Non sopporta che in nome dell’arte (poca cosa di fronte ai milioni di morti) ci si sia dimenticati un dovere fondamentale come quello di opporsi al regime nazista, accusa Furtwängler di essersi colpevolmente lavato le mani di quello che stava succedendo, scegliendo di isolarsi in nome del proprio credo artistico. Ed è su questo scontro tra posizioni talmente distanti da essere inconciliabili che si dipana tutta la vicenda. Il fatto che Furtwängler abbia caparbiamente cercato di "mantenere viva la fiammella - della musica - perché una volta finito l'incubo ci sarebbe stato un fuoco per riaccendere il focolare” non lo interessa, è stato chiamato per somministrare giustizia e questo farà.
Il taglio della pièce è quanto di più teatrale possibile, tutto il racconto si svolge all’interno dell’ufficio del maggiore Arnold e mentre la scena è ferma e gli attori spesso seduti, sta proprio allo spettatore provare a selezionare e scegliere le sue inquadrature, anche se solo mentalmente, mentre si ascoltano nel massimo silenzio le contrapposizioni verbali tra "buoni" (quelli che hanno vinto) e "cattivi" (tutti gli altri).
Al termine dello spettacolo si è fortemente motivati a cercare delle proprie valide ragioni per schierarsi, ed è qui che arte e politica per un attimo si incontrano. Consideriamo tra l'altro che, dopo due giorni di interrogatorio Furtwängler fu assolto, non senza ricevere umiliazioni, aggressioni e indelebili danni alla sua immagine pubblica.
LA TORRE D'AVORIO
di Ronald Harwood
traduzione Masolino d’Amico
con Luca Zingaretti, Massimo de Francovich
con Peppino Mazzotta, Gianluigi Fogacci, Elena Arvigo, Caterina Gramaglia
regia Luca Zingaretti
scene Andrè Benaim
costumi Chiara Ferrantini
luci Pasquale Mari
produzione Zocotoco







