Elettra (recensione)

Tra vendetta e solitudine, la tragedia classica risuona nel tempo presente

Elettra
m&s - Elettra | foto © Franca Centaro, fonte pagina Facebook Inda nel Teatro Greco di Siracusa

Il mito di Elettra ritorna sul palcoscenico in uno spettacolo che concentra l’attenzione sulla dimensione interiore della protagonista, traducendo il dramma sofocleo in un percorso emotivo teso e ininterrotto. Sonia Bergamasco offre una prova intensa e stratificata, che dà corpo a una figura lacerata dal dolore e ossessionata dalla vendetta, senza mai perdere la lucidità della sua missione.

Il Teatro Grande di Pompei, con la sua cornice naturale, conferisce ulteriore forza allo spettacolo, amplificando l’impatto visivo e simbolico della tragedia. Il regista concepisce il palazzo di Micene come un edificio-natura morta, immobile nel tempo e colmo di memorie di sangue. La scenografia, imponente e sviluppata dal basso verso l’alto, crea un effetto di tridimensionalità che amplifica la percezione visiva e restituisce la sensazione di una dimensione claustrofobica e solenne.

Fin dall’inizio, la protagonista accenna note al pianoforte in scena: la musica diventa l’unica consolazione possibile, linguaggio alternativo con cui Elettra scioglie la pena. Bergamasco incarna una donna combattuta, quasi mascolina, mal vestita e logorata, ma capace di aprirsi a momenti di vulnerabilità. Sublime nell’interpretazione, attraversa registri di voce e corpo che rendono palpabile la tensione tra immobilità e desiderio di azione.

Accanto a lei spicca la Clitennestra di Anna Bonaiuto, intensa e credibile nel delineare un personaggio dominato da forza e fragilità, capace di reggere il confronto con la potenza drammatica della figlia. La sua presenza scenica aggiunge peso e complessità al conflitto, evitando caricature e restituendo una madre insieme colpevole e vulnerabile. La dimensione corale è centrale: sempre presente in controscena, il coro partecipa alla tragedia come eco costante del dolore e della memoria.

Particolarmente riuscito il caos fisico orchestrato prima della morte di Clitennestra, che conferisce forza drammatica senza scivolare nel disordine. I costumi, non filologici ma con tocchi di modernità, sottolineano la sospensione temporale dell’opera. L’aspetto trasandato di Elettra, in contrasto con altri personaggi più curati, accentua la sua condizione di isolamento. Le luci, con toni caldi, illuminano ogni angolo della scena e amplificano la percezione emotiva dei momenti più intensi.

Lo sconforto di Elettra al pianoforte risulta potenziato da una luce che isola e concentra lo sguardo, trasformando il gesto musicale in un atto rituale. La regia non indulge nella ricostruzione narrativa puntuale: evita di riproporre una sinossi pedissequa e si concentra sull’essenza del conflitto, sulla claustrofobia emotiva che lega Elettra alla sua ossessione.

I tempi scenici si distinguono per misura ed equilibrio, senza lentezze né accelerazioni forzate, accompagnando lo spettatore in un flusso narrativo sempre nitido. Seguendo suggestioni che vanno da Virginia Woolf a Elias Canetti fino a Massimo Cacciari, lo spettacolo fa emergere il nodo centrale: Elettra non agisce, soffre. La sua unica azione è l’esibizione delle emozioni, rese qui con forza scenica che si fa linguaggio universale. Il finale, ancora una volta segnato dal pianoforte, lascia lo spettatore sospeso.

Se la vendetta è stata compiuta, la solitudine della protagonista non si risolve. La musica resta unica possibilità di comunicazione con un mondo ostile. Il cast sostiene con coesione il peso della tragedia, mantenendo costante la tensione per tutta la durata. L’ora e mezza dello spettacolo scorre senza cali di attenzione, segno di una regia capace di calibrare parola e azione con sapienza.

La platea ha risposto con un’attenzione raccolta e partecipe, segno di un coinvolgimento che ha reso evidente il dialogo tra scena e pubblico. Le entrate e uscite attraverso botole disseminate nello spazio aggiungono dinamismo a un testo che, per sua natura, tende alla staticità. È come se la scena stessa fosse viva, pronta a mostrarsi e a nascondersi in sintonia con il tormento interiore dei personaggi. Ne risulta uno spettacolo che non si limita a rileggere un classico, ma lo interroga con strumenti contemporanei, mettendo al centro il corpo e la voce di una protagonista assoluta.

Sonia Bergamasco offre un’Elettra che non è solo icona del dolore, ma anche figura combattiva, sospesa tra forza e fragilità. Accanto a lei, Anna Bonaiuto tratteggia una Clitennestra memorabile, degna antagonista e complemento perfetto.

La tragedia di Sofocle trova così nuova attualità: non più semplice conflitto morale o religioso, ma teatro delle emozioni, in cui il dolore diventa lingua universale e la scena spazio di resistenza e memoria. Un lavoro fedele al testo ma capace di parlare al presente con intensità e rigore, confermando come il mito continui a interrogare le coscienze senza cedere alla patina del tempo.

Inda – Istituto Nazionale del Dramma Antico
Teatro di Napoli - Teatro Nazionale
Teatro Grande - Parco Archeologico Pompei
presentano
ELETTRA
di Sofocle
regia Roberto Andò
traduzione Giorgio Ieranò
con Sonia Bergamasco (Elettra), Anna Bonaiuto (Clitennestra), Roberto Latini (Oreste), 
Silvia Ajelli (Crisotemi), Imma Villa (Corifea), Paola De Crescenzo (Corifea), Giada Lorusso
(Corifea), Danilo Nigrelli (Pedagogo), Roberto Trifirò (Egisto), Rosario Tedesco (Pilade), Simonetta Cartia (Capo Coro)
scene e disegno luci Gianni Carluccio | costumi Daniela Cernigliaro
musiche Giovanni Sollima | suono Hubert Westkemper | movimenti Luna Cenere
assistente alla regia Luca Bargagna | assistente scenografo Sebastiana Di Gesù | assistente costumi Pina Sorrentino
durata 1 ora e 30 minuti circa 

teatrante
Attore, regista e formatore (docente di mimo, maschera e movimento). Svolgo attività teatrale in carceri, scuole e comunità, combinando arte e impegno sociale. Il mio tempo e le mie energie sono dedicate alla diffusione e alla pratica del teatro in tutte le sue forme.
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