Girls Like That (recensione)

Le "ragazze come quella" sono figlie della nostra indifferenza e continueranno ad esserlo fino a quando non apriremo gli occhi

Girls Like That
m&s - Girls Like That (foto © Massimiliano Fusco)

Francesca (nome di fantasia) ha appena 14 anni quando decide di ammazzarsi, lo fa perché non sopporta più la derisione ossessiva e martellante dei suoi coetanei. La tormentano per la sua "apparizione" in un video che sta circolando nella Rete. Il nostro incipit, purtroppo, appartiene alla cronaca reale ed è più diffuso di quanto si possa pensare.

"Girls Like That" di Evan Placey è considerato in patria come un prodotto educativo: ed è fuori di ogni dubbio che lo sia! Non è solamente “un’indagine onesta su una generazione di non-sorelle” (come ha scritto The Guardian), ma una disamina senza filtri di quei figli che spesso fingiamo di non avere, salvo poi scoprirli diversi da quegli angeli caduti dal cielo, che solo tanta noncuranza e disattenzione possono non farci riconoscere.

Il testo è stato tradotto (su licenza) per il nostro paese, dove ha debuttato in prima assoluta. La drammaturgia non sente la necessità di essere ulteriormente adattata all'Italia o a qualsiasi altro paese (apparentemente) civilizzato, basta che esistano adolescenti e che abbiano in mano uno smartphone, pericoloso quanto o più di una pistola, perché non è nemmeno necessario né mirare, né vedere il proprio bersaglio: basta metterlo online.

La storia è attuale, lo è talmente da rischiare di non fare "più notizia", da generare assuefazione, sempre che non lo abbia già fatto. Si racconta di cyberbullismo, di appartenenza sociale, di percezione del sé nell'era dei social, dove tutto e più semplice, più veloce, ma anche più pericoloso, perché impalpabile. Perché davanti ad una tastiera o mascherati da uno smartphone e da un nickname tutti possono essere quello che non sono, ma soprattutto la distanza (che può anche essere di pochi metri) aiuta a favorire (in soggetti particolari, ovviamente) l'aggressività e la non consapevolezza del male e la tragica conseguenza dei propri gesti.

Tutto nasce dal solito ("innocente" quanto devastante) "gioco" della diffusione della foto nuda di Scarlett. Tutta la scuola fa oggetto delle proprie "attenzioni" sociali la malcapitata, le "amiche" più strette, anziché far quadrato attorno a lei, preferiscono unirsi al "branco". Perché isolarsi quando si può isolare? E' molto meno faticoso e socialmente più appagante. Si ottengono tanti più "Like" facendo così. Le amiche si uniscono quindi al "gioco" e contribuiscono alla diffusione dell'immagine della loro (a questo punto) ex-amica, costringendola a lasciare la scuola. Ma anche del "bello della scuola" esiste in Rete una foto di nudo, ma lui non è Scarlett. L'assurda logica delle differenze tra ricco e povero, uomo e donna, si fa ancora più stridente e fa sembrare il XXI Secolo solo come un numero e poco più. Se fossimo di fronte ad un'opera di fantasia, non ci sarebbe molto di più.

Si affronta una tematica dura, nello stile dei film di Larry Clark (che ogni genitore dovrebbe essere costretto a vedere prima che i suoi figli diventino adolescenti), ma la "mazzata" vera è che anche la storia di Placey prende spunto da un fatto di cronaca, avvenuto in Canada (ribadiamo che non importa il dove) e con protagonista una 15enne che si è tolta la vita, sempre per una foto. La chiameremo, con l'assoluta mancanza di rispetto che altri le hanno già riservato, Francesca 2, chiedendoci a quale valore debba arrivare il totalizzatore delle tante Francesca cui è stato impedito di vivere la propria giovinezza e i propri errori. 

Il testo, visti i destinatari, scorre con velocità, trasmettendo tutto il peggio di ciò che accade oggi - allegramente e con drammatica sottovalutazione - nella realtà dei social, inquadrati dagli adulti, spesso, come un passatempo "scemo" di adolescenti annoiati, giudizio tagliente quanto superficiale di un fenomeno che si comprende. Brave le quattro attrici/ballerine che esplorano, con il classico abbigliamento scolastico anglosassone, come il concetto di femminismo sia cambiato nel corso del tempo, purtroppo regredendo ad un medioevo sociologico dell'anno 1000 e cosa questo significhi per le nuove generazioni, quelle digitali.

Un lavoro pieno di spunti che coinvolgono tutti, in prima battuta i giovani e, in seconda, quanto più fondamentale, anche chi dovrebbe prendersi la responsabilità della loro educazione. Chi vuol fare figli può anche evitare di vedere "Girls Like That", chi invece ne ha, è meglio che lo veda, vivrà più preoccupato, ma maggiormente consapevole che gli angeli sono solo in cielo. E' molto importante che si contribuisca a mandarcene il più tardi possibile.

Upnos
presenta
GIRL LIKE THAT
di Evan Placey
traduzione a cura di Flaminia Cuzzoli, Ottavia Orticello, Emiliano Russo
regia Emiliano Russo
con Flaminia Cuzzoli, Flavia Mancinelli, Diletta Masetti, Ottavia Orticello
coreografie Monica Scalese
patrocinio Accademia Nazionale d´Arte Drammatica Silvio d´Amico

giornalista
Nasco informatico e scontroso decenni fa, da meno anni sono anche giornalista e sempre scontroso. Di recente ho scoperto i social (ma non li ho ancora capiti).
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