In Dobermann lo sguardo si sposta immediatamente su una posizione scomoda: quella di una donna che sceglie di difendere uomini accusati di violenza. Da questa prospettiva prende forma il testo di Carmen Di Marzo, liberamente ispirato alla vicenda giudiziaria legata al produttore cinematografico Harvey Weinstein e al dibattito internazionale che ne è seguito.
In scena una sola interprete, Antonella Valitutti, chiamata a sostenerne l’intera struttura. Il personaggio è quello di un’avvocata affermata, una professionista abituata a dominare le aule di tribunale e a fondare la propria autorevolezza su un distacco emotivo apparentemente incrollabile. Lo spettacolo non ricostruisce un caso giudiziario specifico: prova piuttosto a entrare nella mente di chi sceglie di stare dalla parte della difesa anche quando l’accusa riguarda reati profondamente disturbanti.
Carmen Di Marzo si muove lungo una linea che mescola riflessione e provocazione. Non segue una narrazione lineare, ma dà forma a un flusso che alterna confessione, arringa e interrogativo morale. La parola resta il centro del lavoro: il monologo procede attraverso domande, affermazioni e continui richiami al pubblico, creando un ritmo che oscilla tra ragionamento e tensione emotiva. È una scrittura che parte da un registro quasi giuridico e lascia emergere progressivamente le crepe interiori del personaggio. La regia accompagna questo percorso con una scelta scenica essenziale, concentrando l’attenzione sull’interprete e sulla forza della parola. Lo spazio scenico non viene riempito di elementi superflui, ma organizzato in modo da favorire il movimento dell’attrice e la relazione con il pubblico.
In questo processo la platea non resta spettatrice passiva. La protagonista interpella spesso gli spettatori, cerca una risposta, mette il pubblico nella posizione di interlocutore diretto. Il meccanismo domanda-risposta rompe la distanza tra scena e sala e costruisce un dialogo che attraversa l’intero monologo. Quando l’attrice oltrepassa il proscenio e si avvicina alla platea, la separazione tra palco e pubblico si riduce ulteriormente, trasformando il racconto in un confronto diretto.
Antonella Valitutti utilizza lo spazio scenico con continuità. Non resta ancorata alla parte frontale del palco ma si muove lungo tutta la profondità della scena, arretrando e avanzando in base ai diversi momenti del racconto. Questo movimento contribuisce a evitare la staticità tipica di molti monologhi e accompagna il percorso del personaggio.
Uno dei passaggi più interessanti è il dialogo con un uomo che non è fisicamente presente. Seduta su una poltrona rossa a forma di scarpa col tacco, la protagonista avvia un confronto con questo interlocutore invisibile. L’altro prende forma esclusivamente attraverso la parola e le reazioni dell’attrice. Il ritmo del testo, le pause e i cambi di tono costruiscono una presenza che il pubblico percepisce chiaramente anche senza un corpo in scena. È una sequenza che mette in evidenza la solidità della scrittura e la capacità dell’interprete di rendere credibile un dialogo fondato sull’assenza.
La poltrona rossa assume un valore fortemente simbolico. La sua forma richiama la femminilità e il potere, ma allo stesso tempo rimanda all’immaginario della violenza sulle donne. Non è un semplice oggetto scenico: diventa un punto di confronto per il personaggio, quasi uno spazio in cui si condensano tensioni e contraddizioni.
L’allestimento è volutamente essenziale. Accanto alla poltrona compare un cubo collocato quasi a ridosso della platea, come se appartenesse già allo spazio del pubblico più che a quello della scena. Questa disposizione crea una continuità tra palco e sala e rafforza la sensazione che il racconto non resti confinato entro i limiti del palcoscenico.
Il disegno luci accompagna con precisione i movimenti dell’interprete. Coni di luce seguono l’attrice nei diversi punti dello spazio scenico e contribuiscono a isolare o evidenziare alcuni momenti del racconto. Interessante anche l’utilizzo del taglio anteriore, che scolpisce il volto dell’interprete e rende più evidenti le variazioni emotive del personaggio.
I cambi d’abito avvengono a vista, in penombra, senza interrompere l’azione. Sono trasformazioni che accompagnano il percorso della protagonista e suggeriscono un progressivo mutamento interiore più che una semplice variazione estetica. A sostenere il monologo interviene anche una componente musicale jazz, utilizzata con discrezione e capace di creare un’atmosfera sonora che accompagna la parola senza sovrastarla.
La prova attoriale di Antonella Valitutti si costruisce su una progressiva trasformazione emotiva. All’inizio domina una sicurezza professionale quasi impenetrabile, una distanza che sembra proteggerla da qualsiasi coinvolgimento personale. Con il procedere del monologo emergono però zone più fragili, piccoli cedimenti che rendono la figura più complessa.
Ciò che rende interessante lo spettacolo è soprattutto il punto di vista scelto. Il tema della violenza di genere viene osservato da una prospettiva insolita: quella di una donna che ha costruito la propria carriera difendendo uomini accusati di abusi. Questo rovesciamento obbliga lo spettatore a confrontarsi con un terreno meno rassicurante e mette in discussione certezze che sembravano consolidate. La posizione, inizialmente difesa con convinzione, cambia progressivamente quando la realtà smette di restare distante e coinvolge direttamente la protagonista.
Interviene anche una voice over di Paolo Triestino, unica presenza vocale esterna allo spazio scenico. La sua voce arriva quando il racconto è stato fino a quel momento affidato esclusivamente alla parola dell’attrice, introducendo una prospettiva ulteriore. Nel finale resta l’immagine di una donna che ha costruito la propria identità professionale sul controllo e sulla distanza e che si trova costretta a confrontarsi con ciò che aveva cercato di tenere fuori dalla propria vita. Non è la cronaca a emergere, ma il percorso interiore di una donna che scopre quanto fragile possa diventare la distanza costruita tra sé e il mondo.
Circuito Totale presenta
DOBERMANN
scritto e diretto da Carmen Di Marzo
con Antonella Valitutti
voice over Paolo Triestino
aiuto regia Francesca La Scala
abiti Rue4 di Lia De Blasio
elementi scenografici CT
fotografia Valerio Lorito
grafica Decadeweb
assistente di produzione Alessandra De Concilio
durata un atto unico di circa 50 minuti








