Un’occasione per immergersi nel mondo divertente e squinternato di questi artisti che hanno fatto delle maschere sproporzionate indossate in scena il tratto distintivo di spettacoli ironici e allo stesso tempo pervasi di umanità e poesia, creati con una serie di personaggi archetipici, in un gioco di improvvisazione e scrittura originale.
Il paradosso fondamentale della maschera – si copre il volto con una forma rigida per creare un'immagine della vita, un personaggio vivente – è allo stesso tempo avvincente e impegnativo per l'attore. Ma non solo per lui. La maschera prende vita inizialmente nell'immaginazione dello spettatore, che in questo modo diventa anche creatore.
Come è usuale nei processi di lavoro della Familie Flöz, anche questo spettacolo nasce da situazioni in cui gli attori agiscono senza maschere e improvvisano. Prima di Hokuspokus, con l’avanzare delle prove gli esseri umani sparivano e anche il linguaggio veniva abbandonato, ma qui l’ensemble si spinge stilisticamente in un campo diverso. Il regista Hajo Schüler, fondatore e direttore artistico della compagnia con Michael Vogel, racconta: «gli attori, che solitamente sono nascosti dietro le maschere, sono apertamente visibili sul palco. Il nostro punto d’ingresso è la storia della creazione, con noi come creatori e le figure come creazioni: il pubblico sperimenta così come i personaggi vengono portati in vita, trovano la loro strada nel loro mondo, si perdono in esso e forse ad un certo punto si trovano faccia a faccia con i loro ideatori».
Questa volta c’è una scatola al centro del palco, una scatola delle meraviglie che innesca il gioco fra finzione e realtà. È lo spazio vitale delle figure mascherate che si trasforma: dal paradiso alla casa di una famiglia, fino ai luoghi più diversi. Gli attori si muovono fuori e raccontano la storia attraverso la musica, la manipolazione, il linguaggio (fantastico), il canto e i suoni, le telecamere dal vivo, i disegni: costruiscono il mondo delle maschere davanti agli occhi del pubblico.
La storia è molto semplice e parte da una domanda: come sarebbe un'opera teatrale che inizia con l'inizio di tutto? E soprattutto, come finirebbe? Racconta il viaggio di vita di due personaggi archetipici che si ritrovano e formano una famiglia, con tutte le turbolenze, i colpi del destino e i bei momenti che questo percorso offre. Si avvicina la fine: ma i protagonisti sono davvero mortali?
HOKUSPOKUS
un’opera di Fabian Baumgarten, Anna Kistel, Sarai O’Gara, Benjamin Reber, Hajo Schüler, Mats Süthoff e Michael Vogel
con Fabian Baumgarten, Anna Kistel, Sarai O’Gara, Benjamin Reber, Mats Süthoff e Michael Vogel
regia e maschere Hajo Schüler
costumi Mascha Schubert
set design Felix Nolze, (rotes pferd)
musica Vasko Damjanov, Sarai O’Gara, Benjamin Reber
disegni Cosimo Miorelli
assistente, creazione maschere Lei-Lei Bavoil
assistente direzione Katrin Kats
assistente costumi Marion Czyzykowski
luci e video Reinhard Hubert
sound design N.N.
direttore di produzione Peter Brix
produzione Familie Flöz
in coproduzione con Theaterhaus Stuttgart e Theater Duisburg
opera supportata da Hauptstadtkulturfonds
durata 1 ora e 15’









