Il Mein Kampf di Stefano Massini - dall'omonima opera di Adolf Hitler (fa sicuramente effetto, non proprio piacevole, leggerne il nome tra i crediti) è uno spettacolo descrivibile con un unico aggettivo: potente. Destinato a rimanere nella nostra memoria di spettatori per l'impatto emotivo che suscita e la qualità di quanto messo in scena.
Poco più di cento anni ci separano dal 1924, anno di nascita di Mein Kampf (La mia battaglia). E dieci anni sono invece trascorsi dal 2016, quando la Germania decise di consentirne nuovamente la pubblicazione in libreria, ritenendo che soltanto la conoscenza potesse evitare il ripetersi della catastrofe.
"L’Austria Tedesca dovrà ritornare alla grande Madrepatria Germania, ma non per ragioni economiche. No, no! Anche se l’unificazione, se osservata da questo punto di vista, era una questione indifferente, no, anche se fosse in realtà dannosa, dovrebbe comunque avvenire. Il sangue comune dovrebbe appartenere ad un Reich comune. Il popolo Tedesco non ha alcun diritto di cimentarsi in una politica coloniale finché non è in grado di radunare i propri figli sotto uno Stato comune. Finché i confini del Reich non includano ogni singolo Tedesco e non siano certi di essere in grado di nutrirlo, non ci potrà essere alcun diritto morale per la Germania di acquisire territori esteri nonostante il suo popolo sia nel bisogno. Qui l’aratro sarà la spada, ed il pane quotidiano del mondo che verrà sarà bagnato dalle lacrime della guerra. Quindi accade che il piccolo paese di confine sia per me il simbolo di una grande impresa". (dal Mein Kampf, parte I, traduzione non ufficiale del 2014)
Stefano Massini (unico autore italiano ad aver vinto, finora, un Tony Award, vedi Tony Awards 2024: premiato Daniel Radcliffe), dopo anni di lavoro, incrociando i testi di tutti i comizi del Führer con la prima stesura del libro-manifesto (dettato dal giovane Hitler durante la prigionia nella cella di Landsberg), consegna al palcoscenico questo spettacolo in cui il Mein Kampf emerge in tutta la sua sconcertante portata: ad assumere forma scenica è la paranoica autobiografia di un invasato visionario (ovviamente il giudizio è a posteriori), sempre più convinto di poter sublimare le sue personali frustrazioni in un progetto politico tanto rivoluzionario quanto delirante.
Dal primato della razza all’apoteosi del condottiero, dall’amore incontrollato per la massa alla febbre per la propaganda, in questo fiume di parole a regime torrentizio, fitto di invettive e di ripetizioni, prende progressivamente forma l’intera impalcatura del nazional-socialismo, offerto senza filtri da Massini non solo con lo stile ossessivo, barocco ed enfatico del testo originario, ma soprattutto in un millimetrico studio teatrale dei ritmi, dei toni, degli affondi verbali del dittatore tedesco. E la consapevolezza di questo meccanismo è l’unico antidoto al suo nefasto replicarsi, con la speranza che le persone affollino le sale dove lo spettacolo verrà programmato e che usino sempre il proprio pensiero, senza prendere in prestito quello altrui.
Scriveva Primo Levi che niente è più necessario della conoscenza per evitare il ripetersi della tragedia, soprattutto se essa prende forma lentamente nella progressiva seduzione delle masse. A un secolo di distanza da quando Adolf Hitler dettava il suo manifesto politico in una cella, quelle pagine sono diventate uno dei simboli del male assoluto e come tali sottoposte all’anatema laico che ne ha fatto un libro proibito.
Ma questo cono d’ombra, figlio di una freudiana rimozione, ha contribuito ad accrescerne la mitologia fino a quando, nel 2016, la Germania ha deciso di consentirne nuovamente la distribuzione in libreria proprio per smontarne la leggenda e percepirne gli echi nel presente, con la consapevolezza che niente può distruggere l’orrore più del senso critico, e dunque la riconversione del mostro nei perimetri della realtà. Il Mein Kampf è in fondo solo l’autobiografia di un trentacinquenne delirante alla ricerca di capri espiatori e di sfoghi esistenziali, con l’aggravante, però, di una spiccata propensione all’empatia, agli albori di un Novecento che nel carisma avrebbe eletto la propria apoteosi.
Da questa formula, ripetibile e tuttora emulata a ogni latitudine, discende l’urgenza di confrontarci ora più che mai con un testo mai morto, capace di riproporsi sotto marchi e colori diversi, soprattutto in un’epoca in cui la propaganda si è ramificata online, e ci raggiunge ormai capillarmente.
MEIN KAMPF
di e con Stefano Massini
da Adolf Hitler
scene Paolo Di Benedetto
luci Manuel Frenda
costumi Micol Joanka Medda
ambienti sonori Andrea Baggio
produzione Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa
in collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana
durata un atto unico di 75 minuti (esclusi applausi e standing ovation)
spettacoli
mercoledì, venerdì e sabato alle ore 20.30
domenica alle ore 16.00 e alle ore 19.30
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