Cosa possono avere in comune un meccanico, proprietario di un'officina, che si rilassa fuggendo dalla vita matrimoniale e dalle fissazioni per la salute con piccole scappatelle sessuali, e un operaio che invece cerca relax pescando in riva all'Aniene? Forse poco, forse niente, se non l'aver fatto le analisi nello stesso laboratorio la cui infermiera, per fare un favore all'ora di chiusura del venerdì, nella fretta di consegnarle a Maurizio, ha scambiato l'esito.
Maurizio (Paolo Triestino), un ipocondriaco con moglie (Elisabetta De Vito), partito dal basso come meccanico sotto padrone e ora piccolo arricchito, crede per un attimo di essere in punto di morte (il risultato è un tumore al polmone e un’aspettativa di vita ridotta a pochi mesi) ma, dopo aver confessato i tradimenti alla consorte Rossana, si accorge della scambio di referti e decide di portare la ferale notizia al malcapitato Luigi (Nicola Pistoia).
Lo raggiunge sulle rive dell'Aniene mentre è a pesca di trote. "Ormai ce so' rimaste solo quelle da pescà!" - spiega brusco, sarcastico, a volte stralunato, al disturbatore Maurizio che cerca, timoroso, di comunicare la triste realtà a quest'uomo che appare disilluso quando racconta di aver passato 40 anni al lavoro, a contatto con la diossina, e nello stesso tempo entusiasta "come un regazzino" all'idea di sposare la badante rumena della madre.
Maurizio e Luigi (il meccanico e il pescatore) incrociano così le loro vite brevemente in un diventare "pescatori" di realtà, di verità, di dolore, di ironia e nello stesso tempo di atmosfere oniriche (perché poi se ci pensa bene, nell'Aniene da pescare non sono rimaste solo le trote). La verità, come le trote, verrà a galla, non come un pesce qualsiasi, ma come un “pesce perfetto”. E in circostanze che travolgeranno la vita di entrambi gli sconosciuti.
Il duo consolidato Triestino e Pistoia interpreta in maniera impeccabile la pièce insieme alla De Vito (bravissima ed intensa), ma firma anche la regia del testo scritto da Edoardo Erba, pavese che si presta alla lingua romana con un ritmo buio, surreale, a tratti solenne (come nel precedente “Muratori”). La scenografia composta da praticabili sorretti da tubi innocenti, sapientemente illuminata dalle luci di taglio, diventa il pontile sull'Aniene e la cantina di Maurizio, luoghi entrambi dove lasciar scorrere i propri pensieri e che, nella piena del primo e nella mente ormai malata del proprietario della seconda, straripano oggetti carichi di ricordi, come la bicicletta regalata dalla zia ad un Maurizio bambino, ancora scevro da sovrastrutture.
Il fiume scorre, porta via con sé le trote, ma anche i pensieri, i dolori e il senso della vita forse è proprio questo, come ha imparato Luigi: lasciar scorrere le idee, le azioni, senza fermarle, ma accettandole, casomai cambiando esca quando necessario. Una pièce riuscitissima, dolce e amara, che fa ridere e riflettere, come ci ha ormai abituati l'autore e che tratta il tema della morte con delicatezza, senza ipocrisie.
TROTE
di Edoardo Erba
con Paolo Triestino e Nicola Pistoia
e con Elisabetta De Vito
scena Elisabetta Ricci
costumi Isabella Rizza
regia Paolo Triestino e Nicola Pistoia









