Partiamo dal presupposto che mettere in scena una delle figure più incisive della drammaturgia dell'assurdo e Premio Nobel per la letteratura nel 2005 non è mai troppo semplice e possibile per tutti. Senza avere la presunzione di insegnare agli altri un mestiere a noi sconosciuto, possiamo però far notare che sia possibile sbagliare l'approccio alla drammaturgia e di conseguenza annoiare il pubblico, che non riuscirà ad appassionarsi ad un racconto basato principalmente sulle parole, con un ritmo volutamente rallentato. In altri casi si potrebbe cercare l'imposizione del proprio "io" (la propria firma artistica), perdendo di vista l'opera originale, che viene così infarcita di personali innovazioni (che non tutti riescono). Apprezzeremmo di più, in questo caso specifico, poter essere notizionati con un avviso ("liberamente tratto da"), così avremmo maggiore contezza su quello che ci prepariamo a vedere. Cambiare il titolo? Meglio ancora.
Oppure si può intraprendere la strada scelta dalla coppia Colombari & Gregori che, nella duplice veste di interpreti e registi, ha scelto di mettere a frutto il proprio lungo mestiere, l'intesa di una collaborazione artistica (radiofonica) che li lega da più di 20 anni e studiare con attenzione massima l'opera pinteriana per asciugare solo quello che risulterebbe - per datazione - inefficace, quando destinato ad un pubblico contemporaneo, mantenendo inalterati i registri surreali e metafisici dello scabro ed incisivo racconto.
Ben (Simone Colombari) e Gus (Claudio Gregori) si trovano in una sorta di seminterrato in attesa di "istruzioni". Appena arrivati controllano il luogo che li ospita, la porta di ingresso, la piccola cucina e il bagno (i tre ambienti sono fuori scena). Entrambi sono armati e fanno riferimento a precedenti incarichi, sempre ricevuti in maniera analoga. Gus cerca un maggiore agio per il tempo che dovrà passare in attesa e per questo ha portato con sé generi di conforto. È evidente che non dovranno attendere pochi minuti, altrimenti non si darebbero così tanta pena. Probabilmente, Ben è il più alto in grado o comunque il più rispettato tra i due, visto che impartisce secchi ordini al suo "collega".
Si deve attendere non si sa quanto e non potendo fare altro si ascolta il suono della propria voce, ma senza dire nulla, non volendo o non riuscendo ad ignorare la reciproca presenza. Gus è colui che pone le domande (chi è che pulisce quando finiamo?) e Ben è colui che sistematicamente le rifiuta: vuole solo leggere il suo giornale e viene costantemente infastidito (se avessero voluto dare un taglio più comico ci saremmo trovati sulla panchina degli spettacoli di Ale e Franz). L'atteggiamento trasognato dell'altro lo irrita profondamente: perché si ostina a chiedere, quando è totalmente consapevole di chi sono e cosa stanno aspettando? Cosa dovrebbe o potrebbe significare tutta questa (finta) ingenuità? Non abbiamo il tempo per rifletterci, perché il montavivande che dà il titolo alla pièce si illumina, iniziando a consegnare le tanto attese istruzioni.
La scena volutamente spoglia si arricchisce di cubi provenienti dall'alto, una sorta di contrappeso per ogni messaggio consegnato, e i due ubbidiscono alle richieste, o meglio Ben ordina a Gus di eseguire senza pensare, senza discutere con chi si trova dall'altra parte del calapranzi. Rispetto o timore? Non ci è dato saperlo, così come non ci è dato sapere i motivi che si celano dietro ogni messaggio, il più importante dei quali ordina ai due di uccidere chi a breve si presenterà alla loro porta di ingresso. Si controlla lo stato di efficienza delle armi.
Avvezzi ad indossare con estro tanti personaggi, i due attori si mettono diligentemente al servizio dell'autore britannico, evitando di "caricare" le situazioni per il proprio piacere e/o divertimento, evitando di applicare cliché di potenziale comodità, che comunque non avrebbero scontentato nessuno. Ma così facendo, rendono un buon servizio al pubblico tutto, sia a chi conosce la drammaturgia dell'assurdo, sia a chi vi si approccia per la prima volta, lasciando nella “bocca teatrale” il buon sapore della novità e la voglia di vederne ancora, sfatando il mito che lo spettatore apprezza solo quello che già conosce.
Ci troviamo di fronte ad una scelta coraggiosa di artisti affermati, che possono permettersi di mettere in scena uno spettacolo che si scosta dalla comfort zone, costruendo così anche un traino positivo nei confronti di chi non ha ancora trovato la propria maturità artistica e può ispirarsi a questo Calapranzi per scegliere di battere analoghe strade. Particolare e piacevole il nuovo allestimento scenico, curata (ma non ne avevamo dubbi) la drammaturgia musicale, fluido il testo con giusta calibrazione di tempi e durata. In conclusione: è possibile divertirsi in teatro assistendo ad un lavoro drammatico e considerato difficile? Colombari & Gregori hanno detto di sì e lo hanno ampiamente dimostrato.
LSD Edizioni
presenta
Claudio Gregori e Simone Colombari
in
IL CALAPRANZI
di Harold Pinter
regia Claudio Gregori e Simone Colombari
traduzione Alessandra Serra
musiche originali Claudio Gregori
distribuzione Terry Chegia
durata un atto unico di 65 minuti









