Turandot nella "Reggia" di Verona (recensione)

L’”Incompiuta” di Puccini dal 7 agosto infiamma l’Arena di Verona

Turandot 2026, foto © Ennevi, “Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona”
Turandot 2026, foto © Ennevi, “Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona”

Turandot all'Arena di Verona, allestimento di Franco Zeffirelli: repliche 14, 21, 27 agosto e 3, 11 settembre

“Affrontare Turandot ha significato bilanciare l'imponente monumentalità dell'orchestrazione pucciniana con il suo cuore drammatico più intimo e vibrante. Il mio compito sul podio non è stato solo di domare questa cattedrale di suoni e colori, ma cercare di scolpire ogni singola sfumatura della fiaba per accompagnare il pubblico dritto al centro della sua grande e potente umanità che la musica esprime con una forza ed una verità straordinarie”.

Parole e sentimenti del giovane maestro Andrea Battistoni (veronese doc) sul podio il 7 agosto scorso all’Arena di Verona per la prima delle sei rappresentazioni del capolavoro incompiuto di Puccini nello storico allestimento 2010 di Franco Zeffirelli, di fronte a un pubblico da stadio di oltre diecimila spettatori di ogni parte del mondo (repliche 14, 21, 27 agosto e 3, 11 settembre). Apprezzata la sicura direzione di Battistoni, alla guida dell’Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona, che ha garantito, in adesione con la regia, attacchi perentori e rassicuranti per tutti con gradevoli coloriture nei continui  “richiami” sia vocali che orchestrali. 

A causa della morte di Puccini il 29 novembre 1924, la partitura non venne completata per cui il finale venne affidato a Franco Alfano che riunì diligentemente gli schizzi lasciati dal Maestro in sintonia anche con le direttive degli editori. Per la sua prima “assoluta” si dovrà attendere il 25 aprile 1926 (quest’anno è il centenario) con la direzione alla Scala di Milano di Arturo Toscanini che depose la bacchetta dopo le ultime battute del coro quando sussurra sull’esile fiato dell’ottavino, sostenuto da violini e celesta: Liù poesia! Girandosi verso il pubblico Toscanini dirà “Qui termina la rappresentazione perché a questo punto il Maestro è morto".

“Abbiamo scelto di rappresentarla nella sua interezza nella seconda versione curata dallo stesso Toscanini – ha precisato la Sovrintendente alla Fondazione Arena di Verona Cecilia Gasdia – perché Alfano ha riproposto nei rifacimenti conclusivi gli schemi pucciniani senza alterazioni e perché il maestoso finale che echeggia il motivo di ‘Nessun dorma’ è il giusto compendio di un’opera memorabile che onora il titolo Unesco per il canto lirico italiano celebrato l’anno scorso proprio qui all’Arena”.

L’opera (su libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, entrambi veronesi) è tratta da una commedia tardo settecentesca di Carlo Gozzi e ambientata in una reggia alle porte di Pechino dove “c’era una volta” una principessa, bella, gelida e crudele di nome Turandot che viveva con il vecchio padre, l’imperatore Altoum. Odiava gli uomini e soprattutto i principi stranieri, nel ricordo della violenza subita da una sua antenata per mano di  uno di loro.

Malgrado le suppliche del genitore di prendere marito per assicurare un erede al trono, Turandot si rifiutava ripetutamente, promettendo, alla fine, che avrebbe sposato solo chi avesse dato la giusta risposta a tre enigmi da lei proposti. In caso contrario, la morte. In un solo anno ci hanno provato in tredici, ma tutti “hanno porto alla scure la superba testa”. Un bel giorno arrivò da lontano un principe di nome Calaf, a tutti ignoto, bello e prestante, che accolse la sfida e superò la prova.

La principessa però non accettò la sconfitta, malgrado il “giuramento sacro”. Allora il principe compì un gesto regale “Dimmi il mio nome prima dell’alba e all’alba morirò”. Non lo conosceva nessuno. La sola a sapere come si chiamava era la sua schiava Liù, che però avrebbe preferito morire pur di non tradire il suo “Signore” di cui era segretamente innamorata. Alla fine, per non cedere alle torture, si conficcò un pugnale nel petto dopo aver detto alla principessa “L’amerai anche tu”. Un gesto d’amore sublime che s’avvera solo nelle favole. Alla fine Calaf “fa sua” Turandot con un bacio improvviso e impetuoso che scioglie il gelo della principessa, risvegliando in lei solidi umori femminili. E vissero felici e contenti. 

L’allestimento di Zeffirelli, con i costumi del premio Oscar Emi Wada e le luci di Paolo Mazzon, passa alla storia per l’imponente scenografia e la corretta adesione al contesto esotico della narrazione colorita da melodie cinesi originali e deliziosi impasti timbrici, grazie anche ad alcuni strumenti aggiunti come campanelli, campane tubolari, celesta, xilofoni e altro. Ne troviamo piacevoli riscontri già nelle prime battute “Popolo di Pechino! La legge è questa”, nella nenia dei giovani bonzi “Là sui monti dell’Est”, nelle struggenti nostalgie di Ping, Pong e Pang e nei “pieni” al cospetto di una reggia dorata e spettacolare, animata di dignitari, guardie, soldati, portabandiere, ancelle, servi, sacerdoti, mandarini, sapienti, musici a fronte della folla di Pechino accovacciata ai bordi della scena a fare il tifo, ora per il boia, ora per la vittima di turno. Va ricordato che Turandot è di casa all’Arena di Verona con 161 rappresentazioni dalla prima volta nel 1928.  

Anna  Pirozzi (Turandot) sostenuta da una voce potente, ancora fresca e giovanile, supera con mestiere e agilità le insidie di “In questa reggia”, densa di vertiginosi salti di registro, dal recitato ai sopracuti, in cui dimostra peraltro buone doti di recitazione. La Liù di Mariangela Sicilia conferma l’amore di Puccini per le sue “eroine”. La voce è salda e di timbro melodico che si fa stellata in due passaggi chiave: “Perché un dì nella reggia m’hai sorriso” e “Ah! Pietà”, finale della romanza “Signore ascolta” compiuti con filati morbidi e ben gestiti.

In quanto a Calaf (il principe ignoto), SeokJong Baek ha dalla sua una voce di lirico-spinto, ampia e chiara, con buona dizione, capace di gareggiare con le sonorità orchestrali, in un ruolo che lo vede peraltro a suo agio, valutando anche l’accorta postura recitativa. Ben ordinato il suo “Nessun dorma” con il “Si” come Puccini comanda.

Alexander Vinogradov è Timur, Gezim Myshketa è Ping (gli si perdona qualche tono esagerato in alcuni recitativi) che insieme a Matteo Macchioni (Pong) e Saverio Fiore (Pang) dà vita a un siparietto gustoso e ben intonato, una sorta di coro da tragedia greca che impersona la voce del buon senso a fronte dei capricci funesti di Turandot. Non possono cambiare la storia e per questo si rifugiano nei ricordi del passato: “Vorrei tornar laggiù e sto qui a stillarmi il cervel sui libri sacri”. Carlo Bosi è Altoum, Ankhbayar Enkhbold è il Mandarino.

Maestro del coro (poderoso e ben equilibrato con oltre 150 elementi) Roberto Gabbiani. Un asterisco particolare al nuovissimo Coro di voci bianche di Fondazione Arena di Verona da poco istituito e praticamente al suo debutto. Direttore allestimenti scenici, Michele Olcese; coordinatore del Ballo, Gaetano Bouy Petrosino; movimenti coreografici Maria Grazia Garofoli. Applausi da stadio, secondo la consolidata “modalità” Arena, apprezzata in tutto il mondo.

Si ringrazia la Fondazione Arena di Verona per la gentile concessione delle immagini.

Giornalista
Direttore per oltre trent’anni dell’Ept/Apt. Ha curato l’organizzazione di numerose edizioni del Festival Barocco di Viterbo e di altre iniziative di ogni genere. Console di Viterbo del Touring Club.
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