Il vino invecchiando migliora. Ce lo dice un vecchio adagio che spesso trasportiamo nella vita di tutti i giorni. In alcuni casi vale anche per la drammaturgia teatrale. Alcuni testi sono eterni, altri, appunto, invecchiando migliorano. Avevamo applaudito "Grisù, Giuseppe e Maria" già diverse stagioni fa, sicuri che il duo Pistoia (Nicola) & Triestino (Paolo) in scena con un lavoro di Gianni Clementi, non ci avrebbe deluso. E così è stato.
Siamo tornati a rivederlo (replica n. 441), e una volta ancora (replica n. 454), per quella che potrebbe essere la sua ultima stagione, e abbiamo potuto constatare che questo quadro italiano del dopoguerra con una storia ridanciana dai riflessi melanconici non necessita di nessun restauro o aggiornamento. Il disegno di Clementi alla base dell'affresco potrebbe tranquillamente spostarsi dal territorio napoletano in qualunque altro luogo senza subire cambiamenti e "strizza" benevolmente l'occhio al grande padre della commedia napoletana, Eduardo Scarpetta.
In una Pozzuoli del 1956, caratterizzata solo dall'essere nominata e dall'accento marcato dei protagonisti, avevamo riconosciuto l'affresco di una provincia italiana che, grazie alla delicata e sofisticata penna del drammaturgo contemporaneo romano, cercava a fatica di risollevarsi dalla tragedia - e dalla fame - della Seconda Guerra Mondiale, cercando di riappropriarsi di quella normalità che, in un frangente di povertà estremo, tanto normale non è.
Don Ciro (Paolo Triestino) un solido e "fisico" prete di campagna, di "doncamilliana" memoria - perché il "Mondo Piccolo" non è solo sulle rive del Po - si occupa totalmente e completamente dei suoi parrocchiani, leggendo lettere al limite della decenza grammaticale (l'analogia con Scarpetta prosegue, vedi la lettera dettata a Felice), perdonando peccati, officiando cerimonie. La sua principale occupazione è spezzata solo dai divertenti, anzi esilaranti, intermezzi comici con il proprio strampalato e menomato sagrestano, Vincenzo (Nicola Pistoia, che firma anche la regia), personaggio naif con fobie molto "particolari", che ha come peccato più "grave" il fatto di non riuscire a cantare l'Alleluja (e per fortuna che non deve cimentarsi con la versione di Leonard Cohen o con l'eccezionale "cover" di Jeff Buckley).
I coinvolgimenti del parroco, divertenti e grossolani, ma sempre dettati da un ingenuo quanto fondamentale amore e finalizzati al bene delle persone che lo circondano, costituiscono il tema centrale della commedia che vede, sullo sfondo, la tragedia belga-italiana di Marcinelle (nell'agosto del 1956, in Belgio, morirono per un incidente in miniera 262 persone, di cui 136 minatori italiani). Don Ciro è costretto quindi a barcamenarsi per trovare la quadra nella complicata gravidanza di Rosa e Filumena, due sorelle (Franca Abategiovanni e Loredana Piedimonte), rese ancora più difficili da Edoardo, un farmacista tanto sposato quanto improbabile seduttore (Diego Gueci).
La scena si svolge completamente nella sagrestia della piccola chiesa di cui Don Ciro è parroco, con il passare del tempo scandito non solo dalle "pance" che crescono, ma anche dalla luce (Marco Laudando) sapientemente utilizzata nell'impianto scenico (Francesco Montanaro). Luci e ombre si susseguono per sottolineare l'avanzare dei giorni con una luce diagonale proveniente da destra che, toccando il crocefisso centrale, crea delle ombre simboliche che riflettono l'andamento del tessuto narrativo: le ombre esistano solo se esiste la luce, così come nella tragedia di Marcinelle si possono scoprire piccoli risvolti di speranza.
Eccellente come sempre l'intesa artistica del duo protagonista: Nicola Pistoia e Paolo Triestino riescono con la massima naturalezza a mettersi sempre l'uno al servizio delle battute dell'altro, dimostrando (ma non ne hanno proprio bisogno) quanto sia intercambiabile il ruolo della "spalla". Al duo si è affiancata una strepitosa Franca Abategiovanni in grado di "sostituire" Nicola Pistoia nei duetti più melanconici, complice ovviamente la parte assegnata e ottimamente (come al solito) caratterizzata dalla tastiera di Clementi (o dalla penna, se preferisce utilizzare ancora strumenti analogici per la sua più che fluida scrittura).
Grandi e convinti applausi per tutto il cast artistico che ci consegna l'ennesima e diversificata sfaccettatura di una nazione che, quando vuole essere archetipo di buona volontà e albergo di buoni sentimenti, è in grado di esserlo. Peccato che poi si esca dal Teatro e ci si rituffi nella vita reale di tutti i giorni. Ma anche a questo serve un palcoscenico, a far sognare di essere in un mondo migliore e per il quale vale sempre il verso "non mi svegliate ve ne prego, ma lasciate che io viva questo sonno".
Diaghilev presenta
GRISÙ, GIUSEPPE E MARIA
di Gianni Clementi
con Paolo Triestino e Nicolo Pistoia,
con Franca Abategiovanni, Loredana Piedimonte, Diego Gueci
scene Francesco Montanaro
costumi Isabella Rizza
luci Marco Laudando
regia Nicola Pistoia
aiuto regia Giulia Serrano
distribuzione Fiore&Germano
durata 1 ora e 55 minuti, intervallo escluso









