Impotente, lui, Andrea, davanti al progressivo disfacimento della propria mente. Impotente, lei, Anna, figlia di Andrea, davanti alle innumerevoli scelte (che sembrano tutte sempre sbagliate) che si possono compiere per aiutare il proprio padre, quando si disgregano uno dopo l’altro i mattoni che hanno costruito la sua vita. Impotente lo spettatore, che segue con commozione lo scorrere senza tempo della vita di quest’uomo, una volta attivo e indipendente, che in una regressione innaturale eppure esistente, si trasforma dal ruolo di Padre a quello di Figlio, bisognoso di cure e attenzioni. Rai 5 ha proposto nel suo “cartellone televisivo teatrale” l'opera di Florian Zeller, uno dei più quotati drammaturghi francesi contemporanei, recentemente(e di nuovo) approdata anche al cinema, con una nuova versione affidata a Anthony Hopkins e Olivia Colman (entrambi Premi Oscar). La visione de "Il padre" è stata l’occasione di ricevere un’ulteriore conferma di come il Teatro (la “t” maiuscola non è un refuso) sia una perfetta "Imitation of Life" (cit.), uno specchio che, a seconda dell’interpretazione scenica, può essere deformante, oppure, come in questo caso, realistico.
Andrea (Alessandro Haber) è un uomo che la società definirebbe ormai anziano (nonostante il parametro si sia ormai alzato). Si presenta sulla scena in pigiama di seta, a prima vista sottile indizio di una certa “eleganza”. Discute con la figlia Anna (Lucrezia Lante Della Rovere), la donna lo rimprovera per come ha trattato Isabella, la ormai ex badante, fuggita perché stanca delle intemperanze dell’uomo che la accusava inoltre di avergli rubato l’orologio. Si capisce, ascoltando le parole pronunciate (e soprattutto quelle non pronunciate) come Anna non sappia bene come relazionarsi ai “capricci” del padre, probabilmente dilaniata tra il volersi prendere cura di lui (in una naturale e fisiologica alternanza dei ruoli) e il voler fuggire, assieme al poco paziente compagno Pietro, da una convivenza che sta diventando troppo difficile. Con il dipanarsi della vicenda si assiste ad una serie di quadri teatrali che sembrano confondere tanto Andrea quanto gli spettatori: l’arredo scenico rimane lo stesso, ma cambia di posizione e i personaggi che ruotano attorno alle due figure principali entrano ed escono dalla loro vita, cambiando nomi e atteggiamenti. La nuova badante Laura un giorno è una vigorosa trentenne che assomiglia molto alla sempre citata figlia Elisa, ma il giorno successivo assume le sembianze di un’infermiera, mentre un attimo prima era Anna, la figlia. L’unica certezza di Andrea è il suo prezioso orologio, mai al polso, che deve essere cercato in tutta la casa. Ma di chi? dell'uomo? della figlia? Non è importante, l’importante per Andrea è sapere che ore sono, perché il tempo deve essere scandito con esattezza. Lo spettatore “vive” con Andrea lo straniamento, il disorientamento, la perdita di certezze. Entriamo nella stessa confusione mentale che trova semplice spiegazione nel finale e in una battuta che Andrea sussurra ad una infermiera, ma anche a noi che assistiamo: “Mi sento come un albero che sta perdendo le foglie una ad una".
Un’intensa messa in scena, sia dal punto di vista testuale (l’opera di Zeller, del 2012, è stata accolta positivamente in più paesi), che registica (Piero Maccarinelli) e attoriale (tutto il cast). La visione degli accadimenti attraverso lo sguardo smarrito di Andrea, preda di continui smarrimenti, dimenticanze e accavallamenti, è drammaticamente accentuata da Alessandro Haber che, sulla scena, sembra trasmettere allo spettatore con un solo sguardo il groviglio mentale che il suo personaggio sta attraversando. I dialoghi silenziosi con la figlia Anna (ineccepibile Lucrezia Lante della Rovere) sono importanti tanto e forse più delle parole pronunciate. Le richieste di aiuto scandite solo da battiti di ciglia (e che la ripresa televisiva, diretta da Massimo Ferrari, facendosi nostri occhi, aiuta a cogliere nel dettaglio) per trovare quel filo conduttore che sembra essersi perso non trovano risposta in Anna, che reagisce allo smarrimento temporale del padre con uno altrettanto intenso di assoluta inadeguatezza alla situazione. La voglia di scappare si mescola al profondo amore filiale, la responsabilità nei confronti del padre si scontra con quella verso il proprio partner, portando Anna a non sapere più cosa fare. L’allestimento scenico (Gianluca Amodio) riflette esternamente quello che avviene nei personaggi: le vicende si svolgono in un ambiente bianco, asettico, un “non luogo” sia fisico che mentale, dove gli arredi, come già detto, sempre uguali, vengono spostati aumentando oltremodo la sensazione di non capire più dove si è o dove si era un attimo prima. Un argomento difficile reso poeticamente e con sprazzi di leggerezza che non disturbano, ma anche portano a sopportare maggiormente il peso di qualcosa al quale nessuno di noi, né in teatro, né nella vita è mai abbastanza preparato.
IL PADRE
di Florian Zeller
traduzione, adattamento e regia Piero Maccarinelli
con Alessandro Haber, Lucrezia Lante Della Rovere, Paolo Giovannucci, Daniela Scarlatti, Ilaria Genatiempo, Riccardo Floris
musiche Antonio Di Pofi
scene Gianluca Amodio
costumi Alessandro Lai
disegno luci Umile Vainieri
produzione Goldenart Production
regia televisiva Massimo Ferrari
montaggio Gustavo Alfano
durata 95 minuti, escluso intervallo









